Oggi festeggiamo il primo anniversario del mio blog con una ricetta un po’ nostalgica: “il pollo zoppo”

Come ricordavo il Primo Maggio, oggi il mio blog compie un anno, conta 162 amici blogger ed ha ricevuto 22.167 visite. Su Facebook è seguito da 442 persone. Grazie di cuore a tutti.
L’articolo con cui ho esordito nella blogosfera si intitolava “Dalla tavola al tablet”, riassumeva il mio profilo di moglie, mamma, nonna, scrittrice e grande appassionata di cucina, viaggi, cinema, antiquariato e conteneva la mia prima ricetta.
Da allora ho scritto 340 articoli, quasi uno al giorno. Ci sono riuscita grazie al vostro sostegno, allo stimolante appetito dei miei familiari, al desiderio di far sentire i miei ospiti a loro agio, alla voglia di divertirmi e condividere il piacere della cucina.
E siamo quindi arrivati, senza quasi accorgercene, al primo anniversario.
Ci ho pensato su un sacco. Volevo che il post di oggi fosse speciale e speciale poteva essere la pubblicazione della ricetta di una delle mie terrine, di un antipasto insolito e fantasioso, di uno di quegli arrosti farciti che è difficile dimenticare, o di una fiaba, l’ultimo dei miei voli nel regno della fantasia culinaria.
Festeggiare un anniversario è una faccenda seria, un po’ una questione di famiglia.
Quindi proprio per esaltare questa peculiarità, ho deciso di postare oggi una ricetta della mia mamma.
È una ricetta cara ai miei figli, con una storia e un sapore che parlano di affetto, tenerezza e nostalgia, che diverte e commuove, e per questo non deve andare perduta.
L’affido quindi a voi con gratitudine e amicizia, certa che l’apprezzerete per quello che significa per me e anche perché è veramente squisita.
È un pollo arrosto al limone che la mia mamma cucinava apposta per noi quando ancora lavoravo e avevo veramente poco tempo da dedicare alla cucina.
Ve ne ho già accennato in altre occasioni: si tratta del Pollo zoppo e questa è la sua storia.

La mia mamma cuoceva un pollo tagliato in quarti con tre patate intere sbucciate: solo tre perché in quel tegame di alluminio pesante, basso e un po’ ammaccato che usava per il pollo e che ho sempre visto per casa, di più non ce ne stavano.
Tratteneva per sé una coscia, che probabilmente mangiava con l’insalata perché le patate erano generosamente destinate a noi e io mi portavo a casa, dopo il lavoro, sia mio figlio che la cena.
Verso i tre anni, questo bambino precoce guardando nel tegame e accorgendosi che c’era una sola coscia, ci informò che la nonna doveva aver cucinato un pollo zoppo.
Ormai la definizione “pollo zoppo” di questo particolare pollo arrosto al limone è nostalgicamente diventata parte del nostro lessico familiare.

20140507-012718.jpgE questa è la ricetta. Occorrono:
1 pollo tagliato in quattro
1 piccola cipolla
1 spicchio d’aglio
1 rametto di alloro
1 limone non trattato
1/2 bicchiere di vino bianco
4 patate non troppo grosse
olio e burro, sale e pepe
La mia mamma tritava la cipolla e la faceva imbiondire appena in olio e abbondante burro, poi accomodava nel tegame i pezzi di pollo, li irrorava col succo di limone, salava, pepava pochissimo e aggiungeva aglio, alloro e i due mezzi limoni spremuti.
Rigirava la carne un paio di volte per farla leggermente rosolare, metteva il coperchio e proseguiva la cottura.
Trascorso il primo quarto d’ora, spruzzava col vino e aggiungeva le patate lavate e sbucciate, accomodandole tra i pezzi di pollo.
Ogni tanto controllava che il sugo restasse abbondante e la carne morbida. Se occorreva aggiungeva un mestolino d’acqua calda in cui scioglieva una punta di Legorn.
Quando il pollo e le patate erano cotti li toglieva dal tegame e filtrava il sugo con un colino eliminando gli odori e le scorze di limone.

È un piatto semplice e gustoso, un sapore perduto di famiglia che mi riempie di dolcezza e di una velata malinconia.
Considero un privilegio condividere con voi questo ricordo e questa ricetta.
Domani cominciamo un altro anno insieme, è il caso che, abbracciandoci, sorridiamo quindi sia al passato che al futuro!

Rose di maggio

La pasta al forno, che siano lasagne, cannelloni o altri formati all’uovo è sempre un primo piatto che mette d’accordo tutti.
Le “rose” con emmental e prosciutto, che ho sempre destinato alla cena di Natale, si sono oggi trasformate in “rose di maggio” grazie agli asparagi: straordinari ortaggi che generosamente caratterizzano la cucina di questo mese.

20140509-012043.jpgIl sugo che ho utilizzato è quello di asparagini verdi con cui ho abbondantemente condito il risotto postato il 9 maggio, sugo che come sempre avevo preparato in abbondanza e surgelato. Se siete intenzionati a provare questa ricetta, vi conviene senz’altro tornare a dargli un’occhiata cliccando su https://silvarigobello.com/2014/05/09/risotto-con-gli-asparagini/ anche se la sua preparazione è facilmente intuibile ed estremamente semplice.

20140509-013920.jpgIn una ciotola ho miscelato un’abbondante dose di questo sugo, scongelato, con 2-3 cucchiai di grana grattugiato, 150 gr di pancetta a cubetti rosolata e croccante, 1 cucchiaiata di prezzemolo tritato e 250 gr di ricotta setacciata.
Ho lessato 300 gr di sfoglie di lasagne, le ho scolate, al centro ho distribuito il composto, le ho arrotolate, tagliate a cilindri alti circa 3 cm e sistemate in una pirofila imburrata.
Ho versato sulla superficie delle rose 1/2 litro di besciamella (1/2 litro di latte, 50 gr di burro, 50 gr di farina) facendola colare anche al loro interno.
Ho spolverizzato di grana, infornato e fatto gratinare in forno a 200 gr per una ventina di minuti.

Cucinare per me non è quasi mai una necessità. Dietro quasi tutti i miei piatti c’è un ricordo, una storia, un’intuizione, il desiderio di condividere, di stupire, di rendere felici i miei commensali e non solo di nutrirli.
Da tutto questo nascono ricette come quella di oggi, complessa e abbastanza elaborata. Avrei potuto limitarmi ad aggiungere al sugo di asparagini qualche cucchiaiata di panna e condire delle tagliatelle spolverizzandole di grana… ma mi sarei persa metà del divertimento!

Reuben: ricordo di un viaggio a New York

Ogni tanto mi piace raccontarvi qualcosa su come ci siamo nutriti le molte volte in cui siamo andati negli Stati Uniti. Prendiamo New York, per esempio.
Quando si visita Manhattan, il modo più semplice per pranzare è comprarsi un panino in un Deli (contrazione di Delikatessen), in pratica una paninoteca, spesso a conduzione familiare che costituisce un’eccellente alternativa a McDonald’s e Burger King, al confronto decisamente più unti e calorici.
In un Deli si possono sia personalizzare le proprie richieste che affidarsi ai suggerimenti del locale.
All’inizio anche noi ci siamo fatti guidare dalle proposte standard del menù, ma poi abbiamo imparato a spaziare liberi e felici fra maionese e fantasia e ormai non ci ferma più nessuno.
Una delle tante esperienze culinarie fatte dunque in un Deli, è stata assaggiare un sandwich stravagante, diverso dai soliti Club, BLT, chicken, egg o tuna: il Reuben.

20140426-191856.jpgVi do la ricetta, non si sa mai. Magari qualcun altro, come me, ha ogni tanto la voglia di rivivere i ricordi di viaggio!

Si fanno tostare 2 fette di pane di segale o integrale, si spalmano con 1 cucchiaio di burro morbido e si farciscono con 2 fette di formaggio gruviera, 80-100 gr di pastrami* e 1 forchettata di crauti.
Si passa sotto il grill per un paio di minuti e si completa, una volta tostato, con la salsa Thousand Island o con la più piccante Russian dressing.
Di quest’ultima vi darei la ricetta che è semplice, intensa e pungente:
si mescolano insieme 1 tazza di maionese, 4 cucchiai di ketchup, 1 spruzzata di Tabasco, 1 cucchiaio di salsa di rafano (cren) e un cucchiaio di cipolla tritata.
Il Reuben si mangia preferibilmente su una panchina di Central park… senza addentrarsi troppo nei vialetti.

*Naturalmente, il pastrami, succulenta carne di manzo speziata e affumicata proveniente dall’Est Europa, è quasi introvabile da noi se non in alcune macellerie kosher nei quartieri ebraici delle grandi città, ma questi insoliti panini si possono preparare anche con fette sottili di “carne salada” Trentina e ottenere quasi lo stesso risultato.

Risotto con gli asparagini

Negli anni in cui ho abitato sulle colline del Garda, ogni tanto ricevevo in omaggio da qualche vicina di casa un mazzetto di quelli che venivano erroneamente chiamati asparagi selvatici, mentre il più delle volte si trattava dei germogli del luppolo o anche dei getti del pungitopo che con gli asparagi non c’entrano niente. Ma questo lo so adesso.
A quell’epoca mi fidavo ciecamente di quello che mi veniva raccontato da chi pensavo che dei prodotti di campagna, lago e collina ne sapesse molto più di me, che arrivavo dalla città, avevo sempre lavorato nel Marketing di un’importante Casa Farmaceutica e non avrei riconosciuto un bruscandolo da un’ortica.
Non che adesso sia migliorata molto…
Quello che per una decina d’anni è stato il mio paese ospitava a maggio la Festa degli asparagi con stand gastronomici dove gustare specialità locali, degustare ottimi vini del territorio e acquistare olio e appunto asparagi, quelli bianchi, grossi, carnosi e succulenti caratteristici delle nostre zone.
La Sagra degli Asparagi era un appuntamento importante, che richiamava anche gli abitanti dei paesi limitrofi e dopo il tramonto si arricchiva di una band con un repertorio di canzoni che inducevano a ballare. Oppure ci si poteva aggregare al coro degli Alpini che si esibiva in canonica.
Ovviamente c’era anche la pesca di beneficenza.
E adesso la pianto se no questa diventa un’altra storia e non la ricetta del sugo di asparagini verdi, molto più saporiti di quelli bianchi e più adatti ai sughi perché meno acquosi, con cui condisco il risotto di cui parliamo oggi.
Questa è una ricetta basica e semplicissima, ma ugualmente saporita, da tener presente proprio per queste caratteristiche.

20140503-012514.jpgTrito una cipollina oppure un paio di scalogni e li faccio rosolare con 30 gr di burro. Aggiungo 1/2 chilo di asparagi verdi sottili sottili, che assomigliano molto a quelli selvatici e tra l’altro costano molto meno di quelli più grossi, per non parlare dei bianchi, e hanno un sapore molto intenso, leggermente erboso che a me piace moltissimo.
Naturalmente questi asparagi sono stati mondati, sciacquati e mentre affetto i gambi finché il coltello non incontra una certa resistenza, tengo interi 3-4 cm di punte.
Mescolando aspetto che si insaporiscano per qualche minuto, poi aggiungo un mestolino scarso di brodo e completo la cottura in modo che gli asparagi risultino ancora leggermente croccanti. Li spolverizzo con il prezzemolo tritato e li aggiusto di sale e pepe.
In una casseruola faccio scaldare, come sempre, il doppio del volume di brodo rispetto al riso. Quando bolle verso il riso, scuoto leggermente per distribuirlo e lo faccio cuocere semi coperto.
Quando è pronto, fuori dal fuoco anziché burro e parmigiano, aggiungo qualche cucchiaiata di ricotta e poi tanto sugo di asparagini quanto ne serve per condirlo riccamente.
Impiatto e servo bello caldo.

Questa è la breve e golosa stagione degli asparagi, conviene quindi darci dentro a cucinarli e gustarli in quanti più modi possibile per non avere rimpianti nei prossimi mesi.

Risotto alla Parmigiana

20140425-000019.jpgIl risotto alla Parmigiana, cremoso e saporito, è squisito già così, come lo vuole la tradizione, solo con quei quattro ingredienti che lo caratterizzano: riso, burro, brodo e parmigiano grattugiato.
Ne parlavo l’altra settimana con Angiola di Piatti coi tacchi.
Questo risotto in particolare è fra i miei preferiti. È quello che preparo quando voglio mettere insieme qualcosa di veloce e appagante. È un po’ il mio Aglio, olio e peperoncino insomma e poi volendo, con poche, piccole aggiunte diventa subito tutto un altro piatto.
Pensate solo al risotto alla Milanese, a quello al gorgonzola, allo Champagne o al salmone per esempio: se non si fosse in grado di preparare come fondo un buon risotto alla Parmigiana sarebbe impossibile ottenere queste altre specialità.
A me in genere i risotti riescono piuttosto bene, sia quelli di carne, che quelli di verdura o di pesce, ma ho un mio modo per cucinarli che spesso si scontra con altre scuole di pensiero e magari anche con qualche scuola di cucina…

Trito molto finemente una piccola cipolla e la faccio soffriggere con 50 gr di burro.
Appena inizia a colorirsi verso nel tegame 500 gr di riso e lo faccio leggermente tostare senza smettere di mescolarlo.
Aggiungo quindi tutta in una volta una quantità di brodo caldo di pollo o di carni miste, pari al doppio del volume del riso, che dopo aver pesato ho misurato in un contenitore graduato.
Copro parzialmente con un coperchio e lascio sobbollire piano finché tutto il liquido non è stato completamente assorbito dal riso, senza mai mescolare.
Tolgo il risotto dal fuoco, lo manteco con altri 70 gr di burro e 80 gr di parmigiano grattugiato e lo servo subito caldissimo.

Non sfumo col vino perché il risotto alla Parmigiana mi piace delicato e senza quella punta di acidità, altre volte gradita, che necessariamente gli conferisce la spruzzata di vino.
Anche questo risotto, come vedete lo cucino senza mai mescolare e viene sempre perfetto.
Provare per credere!

“Crostata” ai piccoli frutti

Oggi, se per voi va bene, vi parlerei di nuovo di crostate.
Sarà che invecchiando si tende ad essere ripetitivi, d’accordo, ma non potevo tenere per me questo nuovo esperimento…
Ho da poco scoperto Allison Kave e un suo impasto fantastico per le “crostate”.
Il risultato è una sfoglia friabile di stampo inconfondibilmente U.S.A. che mi è piaciuta molto.

20140411-015123.jpgSi mescolano in una ciotola 400 gr di farina 00, 1 cucchiaino raso di sale, 2 cucchiai di zucchero a velo e 200 gr di burro freddissimo a pezzettini piccoli come piselli.
Un po’ per volta si aggiungono, spruzzandoli sull’impasto, 100 ml di latte e 1-2 cucchiai di aceto di mele.
Si lavora con la punta delle dita fino ad ottenere prima delle briciole e poi un composto nel quale il burro si intravede ancora.
Si fa riposare in frigorifero avvolto nella pellicola e nel frattempo si fanno saltare velocemente in padella 600 gr in totale di piccoli frutti (fragoline, lamponi, more e mirtilli) con 150 gr di zucchero di canna e 1 bicchierino di ottimo e aromatico Liquore ai frutti di bosco o anche di Limoncello.
Quando è evaporato, si lascia intiepidire e poi si aggiungono 2 cucchiai di maizena, mescolando delicatamente.
Si riprende la pasta, si divide in due. Con metà si fodera una tortiera da crostate, si bucherella il fondo e si versa il composto di frutta.
Dall’altra metà si ricavano delle larghe strisce con la rotella dentellata e si intrecciano sulla superficie. Infine si spennellano con una miscela di uovo e latte e si inforna a 180 gradi per circa 30 minuti.
Come sempre si lascia intiepidire questa insolita crostata prima di affettarla.

L’ho definita insolita perché è una crostata senza la classica la base di frolla, ma vi assicuro che questa pasta, che non è nemmeno una brisé, è una vera scoperta. Suggerisco di provarla.
Ovviamente Allison Kave la utilizza come base per le “pies” (cioè torte completamente coperte), ma io in cucina sono un po’ anarchica…

Insolito e spettacolare: l’aspic di filetto

Se Pasqua fosse quest’anno all’insegna del tempo bello e delle temperature tiepide che ci aspettiamo (ci auguriamo e ci meritiamo) si potrà servire come secondo un piatto freddo.
E se non si volesse risolvere con il vitello tonnato, per esempio, si potrebbe prendere in considerazione questo Aspic di filetto, la cui preparazione è complessa e abbastanza complicata, ma si può realizzare con un certo anticipo e a fasi successive, senza sfiancarsi quindi in un’unica giornata e con un risultato incredibile.
È un piatto fatto per stupire e per farsi ricordare.

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Per prima cosa, due giorni prima di quando si intende servire l’aspic, si prepara una versione semplice del paté facendo scottare 200 gr di fegato di maiale a pezzettini con 30 gr di burro e qualche foglia di salvia.
Si aggiusta di sale e si frulla con 100 gr di lardo a cubetti, 200 gr di polpa di maiale macinata, 1 spicchio d’aglio, 1 bicchierino di Recioto Bianco di Soave (o di Sauternes o di Vin Santo), 2 cucchiai di Cognac, 1 tartufo grattugiato (oppure 1 cucchiaino di pasta di tartufo), sale e pepe.
Ottenuto un impasto omogeneo, lo si compatta in una terrina e si inforna a 180 gradi per circa 1 ora e mezza.
Una volta raffreddato si ripone in frigorifero.
Il secondo passaggio è la cottura del filetto.
Si prepara una miscela riducendo a crema uno spicchio d’aglio e aggiungendo 1/2 cucchiaino di zenzero in polvere, sale e una macinata di pepe.
Si unge d’olio tutta la superficie di un filetto intero di vitello (o di maiale) di circa 8-900 gr e si sfrega con la miscela facendola aderire bene.
Si inforna a 200 gradi per circa 40 minuti e una volta cotto si fa raffreddare e si conserva in frigorifero.
Un giorno prima di servirlo, si assembla l’aspic.
Si scaldano 750 ml di brodo leggero e si sciolgono 12 fogli di gelatina ammollati in acqua fredda, si aggiunge 1 altro bicchierino di vino Recioto bianco e si lascia intiepidire appena.
Se ne versa 1 cm sul fondo di uno stampo che possa contenere comodamente il filetto e si mette a rassodare in frigorifero per una mezz’oretta. Sopra si spalma con attenzione circa 1/3 di paté.
Al centro si appoggia il filetto e si riveste con il resto del paté distribuendolo sopra e sui lati.
Occorre lasciare 1-2 cm di spazio dai bordi delle stampo. Questo spazio andrà riempito con il resto della gelatina che coprirà interamente anche tutto il paté.
La preparazione è completata. Basta coprire lo stampo con la pellicola e metterlo in frigorifero fino al giorno successivo.
Al momento di servire, è sufficiente immergere lo stampo per un attimo in acqua calda e poi capovolgerlo sul piatto da portata.

Qualcuno forse potrà farsi intimorire da questo piatto indubbiamente complesso e con molti passaggi, ma ricordate che è un piatto freddo, quindi si può preparare in anticipo e a fasi successive.
Io devo dire invece che questo tipo di preparazioni così articolate mi spingono a provare e costituiscono una grande soddisfazione, ma io ho molto tempo, una grande passione e in fondo anche una certa abilità maturata negli anni.
Ma se questo piatto vi incuriosisce e vi stimola la fantasia, seguite tutti i miei passaggi e i vostri sforzi saranno ripagati da un risultato formidabile.
E volendo c’è tutto il tempo per prepararlo per Pasqua: mancano ancora tre giorni!

Una crostata “invernale” da gustare anche in primavera

20140321-091147.jpgLa stagione che ci siamo appena lasciati alle spalle, è stata più simile ad un fastidioso autunno piovoso che ad un freddo inverno nevoso o nebbioso.
Queste prerogative, chissà come mai, mi hanno ispirata a cucinare molte più torte, e soprattutto crostate, di quanto in genere abbia mai fatto. È mia figlia quella brava coi dolci. Io mi limito a preparare i dessert per i miei inviti a cena, ma difficilmente mi viene in mente di mettermi ad impastare una torta.
Sarà l’influenza della blogosfera, dove ho scoperto l’abilità di molti di voi nell’arte della Pasticceria, sarà che come diceva mia nonna: “Ogni lustro, si cambia gusto”, fatto sta che anche qualche giorno fa ho preparato una crostata.
Nel titolo l’ho definita invernale per via della presenza delle arance, ma si può tranquillamente gustarla anche adesso che è primavera.
Ho iniziato il post con la fotografia prima di infornarla perché si possa notare l’intreccio, che è venuto proprio carino.
Questa invece è la fotografia… già assaggiata.

20140324-014935.jpgSi parte dalla pasta frolla, come sempre. Secondo me la potete fare tranquillamente così come la fate di solito, con le dosi a cui siete abituati, se vi pare che vi venga bene.
Però, se vi piace un po’ morbida come a me, in questa ricetta in particolare, vi dico come la faccio io.
Occorre amalgamare con una spatola 150 gr di burro a temperatura ambiente con 125 gr di zucchero e la buccia grattugiata di 1 arancia. Quando si è ottenuta una crema, si aggiungono 1 uovo intero e 1 tuorlo e si incorporano con cura.
Si dispongono 300 gr di farina a fontana, si aggiungono 1/2 cucchiaino di bicarbonato e 1 pizzico di sale e al centro si versa il composto di uova, zucchero e burro.
Si lavora con le mani fino a ottenere un impasto morbido ed elastico che si farà riposare in frigorifero almeno mezz’ora.
Quando si riprende la pasta, si divide in due. Con metà si fodera come al solito una tortiera adatta, anche senza imburrarla perché la frolla è così ricca di burro che difficilmente si attaccherà, ma vedete voi.
Si bucherella il fondo con i rebbi di una forchetta e si versano 250 gr di marmellata di arance amare, si spalma e sopra si distribuiscono 80 gr di gocce di cioccolato fondente e si copre con il resto della pasta, formando una griglia.
Si inforna come sempre a 180 gradi per circa 40 minuti, ma regolatevi secondo l’esperienza fatta con il vostro forno.

Ecco, è solo una crostata, ma l’abbinamento arance e cioccolato è proprio collaudato e vincente. Servitela durante un tè o una merenda e quella che resta allieterà la colazione del goloso di casa la mattina successiva.

La favolosa torta di Rachele

Se oggi vi va di leggere un’altra fiaba e scoprire un’altra ricetta… eccole.

Rachele la era la figlia maggiore di un modesto mugnaio.
Viveva con i genitori e i nove fratelli in un angolino delle terre di proprietà dei facoltosi Signori del luogo, che a suo padre avevano concesso l’uso della casetta adiacente al mulino, la possibilità di raccogliere le olive e la frutta dagli alberi che la circondavano, il permesso di allevare conigli e galline e di coltivare un piccolo orto che produceva quanto bastava alla famiglia per campare senza soffrire la fame.
In cambio della loro generosità però, quegli altolocati proprietari terrieri pretesero che al compimento del quattordicesimo anno di età, uno alla volta i figli del mugnaio si trasferissero nella loro grande dimora per aiutare la servitù ad espletare le mansioni più umili.
Quando venne per Rachele il momento di abbandonare la famiglia per compiere il suo dovere, tutti se ne rattristarono molto.
La giovinetta arrivò a palazzo dopo un viaggio di tutta una giornata sul carro del padre. La governante, che la vide così graziosa e delicata, anziché assegnarla alla mungitura delle vacche nella limitrofa fattoria dei padroni, decise di tenerla a servizio all’interno della casa grande, affidandole il compito di cogliere i fiori e sistemarli nei vasi che ornavano tutte le stanze, come piaceva alla padrona.

20140321-212351.jpgIl lavoro non era certo pesante, ma la piccola sentiva moltissimo la mancanza della famiglia e della cucina della mamma, soprattutto a causa dei poco saporiti pasti riservati alla servitù.
Quello che le mancava di più era la torta di frutta che la mamma preparava la domenica mattina e sistemava in una teglia col coperchio sotto la cenere del camino, prima di recarsi in chiesa.
Se solo avesse avuto a disposizione della frutta e la possibilità di impastare una piccola sfoglia, Rachele avrebbe potuto ricreare il caro sapore di casa e per un momento sentire meno forte la nostalgia.
Ebbe un’idea. Per preparare le composizioni floreali le era stato assegnato un angolo del tavolo su cui la cuoca appoggiava la frutta da servire ai padroni.

20140322-214759.jpgGiorno dopo giorno quindi, senza farsi scoprire, Rachele si impadroniva del frutto che si trovava più vicino ai fiori celandolo tra le foglie e i gambi che aveva reciso e lo nascondeva in un vaso vuoto che riponeva nell’armadio delle suppellettili in dispensa.
Alla fine della settimana ne aveva a sufficienza per preparare una torta come quella della mamma.
Aspettò che tutti fossero andati a letto e scese in cucina reggendo una candela. Recuperò la frutta e si accorse che si trattava di una mela, una pera, due susine, due albicocche e una pesca.
La sbucciò tutta, la tagliò a pezzetti, aggiunse 2 cucchiai di miele, il succo di 1/2 arancia e mescolò tutto con garbo.
Finché la frutta restava a macerare, prelevò dalla madia 2 tazze di farina (i nostri attuali 300 grammi) e le mise sulla spianatoia, aggiunse 1 uovo intero, 1 bel pezzetto di burro (oggi sarebbero 150 gr), 4 cucchiai di zucchero, 1 pizzico di sale e 1 generoso sorso di Porto.
Mescolò tutti gli ingredienti, tirò la pasta sottile con il mattarello e foderò un piatto di terracotta lasciandola abbondantemente debordare.
Bucherellò il fondo con i rebbi di un forchettone, lo coprì con 2-3 cucchiaiate di pangrattato secco e al suo interno versò tutta la frutta sgocciolata.
Ripiegò la parte eccedente della pasta verso l’interno e la coprì quasi completamente, lasciando solo un foro al centro attraverso il quale si poteva vedere bene il ripieno.
La spennellò con il latte e mise sul piatto un coperchio, l’appoggiò sul focolare, la coprì di cenere, sotto cui covava ancora la brace, riordinò la cucina e andò a dormire.
La mattina successiva quando scese per fare colazione, si accorse dell’agitazione della cuoca, che quasi si era sentita male dall’emozione nel trovare una teglia contenente un dolce perfettamente cotto sotto la cenere del suo focolare. Insisteva nel dire che era opera del diavolo, mentre la governante che ne aveva assaggiato una grossa fetta affermava che invece doveva averla preparata un angelo.

20140321-220032.jpgRachele confessò di essere l’artefice della torta fonte di discussione e si scusò per aver sottratto un frutto al giorno per tutta la settimana e utilizzato quanto le serviva prelevandolo dalla dispensa.
Ma anziché rimproverarla, la cuoca, a cui mancava il tocco di una vera pasticciera, l’abbracciò e la lodò per la torta che aveva così magistralmente preparato.
Non solo, le chiese di prepararne un’altra, stavolta senza sotterfugi e la servì come dessert ai padroni, che ne furono entusiasti.
Da quel giorno Rachele fu promossa pasticciera e in breve la sua torta di frutta mista conquistò i palati di tutti i fortunati che, invitati a cena dai padroni, l’avevamo assaggiata.
Divenne così famosa che quando questi nobili davano a loro volta un ricevimento, la chiedevano in prestito perché la preparasse anche per loro. Rachele continuò a non apportare nessuna modifica al dolce, se non la sostituzione del pangrattato con dei biscotti secchi che preparava appositamente e poi frantumava nel mortaio, rendendo il dolce ancora più goloso.

Come tutte le fiabe, anche questa dovrebbe avere una morale… magari potrebbe essere che per fare carriera (oltre a un dolce squisito), basta avere a disposizione della frutta e mostrare un po’ di iniziativa!

Che fare col risotto alla Milanese avanzato?

Di recente ho fatto il risotto alla Milanese: normale, solito, buonissimo. Però ne ho cucinato troppo, quindi avrei potuto farlo “al salto” il giorno dopo, come fanno i Milanesi appunto, ma non è che sia la mia passione.
Dunque: variante! E di qui secondo me è uscito un piatto interessante.
Il risotto alla Milanese, quello allo zafferano insomma, non dovrebbe avere segreti per nessuno. Si fa con 400 gr di riso, 1/2 cipolla, 1/2 bicchiere di vino bianco, 1 bustina di zafferano, 60 gr di burro, il brodo necessario, 80 gr di parmigiano e volendo 30-40 gr di midollo di bue.
Io appartengo alla scuola di pensiero che non mescola in continuazione il riso aggiungendo il brodo a mano a mano che si consuma, al contrario, una volta che ho tostato il riso e l’ho sfumato col vino, lo copro con una quantità di brodo pari al doppio del suo volume (1 bicchiere di riso / 2 bicchieri di liquido) e lo mescolo solo per mantecarlo con burro e parmigiano a fine cottura.
Comunque ognuno si regoli come è abituato, l’importante è che alla fine ci si trovi con una certa quantità di risotto allo zafferano, perché siamo sul punto di trasformarlo in qualcosa si insolito, elegante, squisito, da ripassare in forno. Da tener presente quindi anche quando si hanno ospiti.
In questo caso, ovviamente, sarà opportuno avere a disposizione tutti i 400 gr iniziali di riso.

20140329-233315.jpgSi tritano 1 spicchio d’aglio e un ciuffetto di prezzemolo e si fanno rosolare in poco olio e burro, si aggiungono 40 gr di porcini secchi fatti rinvenire nell’acqua calda e si cuociono aggiungendo qualche cucchiaiata di brodo.
Verso la fine si unisce un battuto grossolano di prosciutto San Daniele, circa 150 gr, e si fa insaporire.
Si versa il risotto leggermente intiepidito in un rettangolo spesso circa 1 cm sulla carta forno, al centro si fa una striscia di sugo di funghi e prosciutto e aiutandosi con la carta lo si richiude a cilindro.
Si mette in frigorifero e si fa raffreddare completamente.
Si imburrano e si spolverizzano con cura di pangrattato le formine da crème caramel o i coppapasta, si accende il forno, si taglia il cilindro di riso a tronchetti che vanno inseriti negli stampi scelti, schiacciandoli leggermente per farli aderire bene alle pareti.
Si infornano a 180 gradi per 15 minuti e si sformano sul piatto da portata dopo averli fatti intiepidire qualche minuto, servendo a parte una salsina di pomodoro.

Sulla bontà di questo piatto credo non ci sia proprio niente da dire. A me piace molto anche il modo insolito in cui si presenta, che lascia sempre piacevolmente stupiti gli ospiti… e pensare che è nato per caso, solo per consumare del risotto alla Milanese avanzato!