Uova sode ripiene di tonno

Il 18 aprile scorso nell’articolo sulle uova Scozzesi, dicevo appunto come le uova siano una delle fondamentali componenti dei menù di questo periodo pre e post Pasquale.
Andando avanti con la stagione poi, trovo che le famose uova ripiene di tonno di casa mia, siano un piatto gradito, fresco e saporito da servire come antipasto, come piatto unico a pranzo o su un vassoio da buffet praticamente per tutta l’estate.
Insomma, abbiamo già avuto modo di confrontarci sulla versatilità delle uova sode, non resta quindi oggi che svelare la ricetta di quelle di mia nonna.

20140426-003032.jpgSi lessano per esempio 4 uova per 8 minuti, si fanno raffreddare, si sgusciano, si tagliano a metà e si prelevano i tuorli.
Si tritano insieme a coltello 4 filetti di alici sott’olio e una cucchiaiata di capperi sott’aceto strizzati.
Si versano in una ciotola con 80 gr di tonno sgocciolato (1 scatoletta) sminuzzato alla perfezione con una forchetta.
Si uniscono i tuorli schiacciati, 1 cucchiaio di maionese, un pizzico di pepe bianco, un cucchiaino di prezzemolo tritato e si monta questo composto con una spatola.
Quando tutto è ben amalgamato, si riempiono i mezzi albumi sodi tenuti da parte e si decora con qualche pezzettino di sottaceto.
Si conservano in frigorifero fino al momento di servire.

Le uova sode di mia nonna sono golose e sfiziose.
A Pasqua le ho servite tra gli antipasti, ma dato che si trattava di un pranzo importante, le ho decorate anziché con i sottaceti, con una onnipresente coda di gambero al vapore, molto più elegante.

La mia pissaladière

Quando il 13 luglio scorso ho postato la “Pizzalandrea e pissaladière” ho pubblicato una fotografia in cui questa saporitissima focaccia nizzarda ricordava un po’ una crostata e concludevo l’articolo dicendo appunto: “A me piace completare la mia pissaladière con striscioline di pasta come farei per una crostata, oppure se non utilizzo le alici arrotolate, faccio una grata proprio con le acciughe distese e al centro di ogni rombo metto un’oliva: versione molto sofisticata!”
Ecco, stavolta ho proprio realizzato questa versione e ve la ripropongo.

20140411-234653.jpgHo preparato l’impasto di base con 500 gr di farina, circa 250 ml di acqua, 1/2 cucchiaino di sale, 25 gr di lievito di birra e 2 cucchiai di olio che ho lasciato lievitare per circa 3 ore.
Nel frattempo ho fatto appassire con 2 cucchiai di olio 800 gr di cipolle bianche affettate sottili con un pizzico di sale, aggiungendo qualche cucchiaiata d’acqua se occorre. Devono diventare morbidissime ma non imbiondire. Ci vorrà un po’ di tempo ma ne sarà valsa la pena, fidatevi.
Trascorso il tempo previsto, ho ripreso la pasta e l’ho lavorata brevemente, l’ho stesa col mattarello dandole la forma rettangolare della teglia da pizza, l’ho bucherellata e ho distribuito sopra le cipolle stufate.
Con circa 150 gr di acciughe sott’olio distese, non quelle arrotolate col cappero insomma, ho creato una grata a rombi e al centro di ogni rombo, come dicevo anche a luglio, ho posizionato un’oliva (ci vorranno circa 100 gr di olive taggiasche).
Ho infornato a 200 gradi per una ventina di minuti, finché i bordi non sono risultati belli dorati e croccanti.

Questa saporita e felice variante di focaccia, naturalmente verrà una favola con uno di quegli impasti a base di lievito madre che tanto spesso vi sento citare, quella specie di Tamagotchi che a me metterebbe ansia e che finirei con l’odiare per le troppe cure e attenzioni di cui ha bisogno.
Come dico sempre comunque, ammiro e invidio moltissimo chi impasta abitualmente e con successo pane, focacce, pizze e via discorrendo.
Con questa semplice base lievitata comunque ho fatto anch’io un figurone, ma solo grazie agli ingredienti che l’hanno guarnita!

Terrina “fumè”

Questa volta li ho comprati apposta, non come a novembre quando vi raccontavo di un acquisto fatto d’impulso al Supermercato che mi ha obbligata poi ad inventarmi una Carbonara del venerdì, un’Insalata compulsiva e un Antipasto di frutta tropicale per consumare prima della scadenza storione, salmone e pesce spada affumicati comprati avventatamente.
L’altro giorno sono finiti nel carrello del Supermercato invece proprio perché sapevo di volerli utilizzare per una Terrina ghiotta ed elegante che avrei servito durante una cena a cui tenevo particolarmente e che vi propongo come raffinatissimo antipasto, perché no, anche a Pasqua, volendo.

20140330-013218.jpgLa ricetta è molto facile, indolore se non appena un po’ per via dello scontrino, a prova di pigri e inesperti.

Occorre uno stampo da plumcake cha si ricopre completamente di pellicola e poi si fodera di fettine di storione affumicato che si lascia anche un po’ debordare, diciamo che ne occorreranno circa 200 gr (2 confezioni).
All’interno si fa un primo strato di salmone affumicato, si spargono qua e là alcune olive nere denocciolate e qualche cucchiaiata di maionese a cui si sono aggiunti ciuffetti di aneto e bacche di ginepro.
Si fa ora uno strato di pesce spada un po’ più consistente e si spruzza di citronette.
Si va avanti così fino a riempire completamente lo stampo.
Alla fine si copre con le fette di storione che debordano dallo stampo, si compatta schiacciando delicatamente con il palmo della mano, si batte leggermente sul piano del tavolo e si mette in frigorifero per almeno 6 ore. Di più è anche meglio.
Quando si serve, si capovolge sul piatto da portata, si toglie con delicatezza la pellicola e si affetta con un coltello molto affilato dalla lama lunga e sottile.

L’ho detto che era veloce e facile, no?! E in più si fa ancora in tempo a prepararlo per Pasqua!
Serviranno in tutto circa 2-300 gr per tipo di ognuno dei pesci affumicati (ma dovrete regolarvi in corso d’opera), una decina di grosse olive, 1 ciuffetto di aneto e 1 cucchiaino di bacche di ginepro.
Con la citronette e la maionese dovrete andare un po’ a occhio, senza esagerare per non coprire il sapore del pesce.
Questo delizioso antipasto è simpatico offrirlo accompagnato da un bicchierino di Vodka gelata.
Tanto per stupire… ma è solo un suggerimento: io sono quella che mette al centro del tagliere di legno con salumi e formaggi di zona un bicchierino di grappa!
Mi piace l’originalità.

Petto di pollo… in sàor

Lo so che mi farò odiare dai puristi, ma amando poco maneggiare il pesce azzurro (per usare un eufemismo), ho trovato un escamotage per non rinunciare ad una di quelle preparazioni che hanno fatto la storia della cucina Veneziana: il Sàor.
Il sàor (o savor) originariamente era il metodo con cui si poteva conservare a lungo il cibo a bordo dei pescherecci veneziani che prendevano il mare, grazie alla presenza dell’aceto.
Questa preparazione inoltre, contenendo molta cipolla, preservava anche dal rischio di contrarre lo scorbuto.
La ricetta originaria prevedeva l’impiego unicamente di sarde, cipolle e aceto, ma quando anche di questo cibo tradizionalmente povero, si appropriò la ricca borghesia, vennero aggiunti uva sultanina e pinoli.
Ed ecco che arrivo io e tolgo le sarde!
La mia versione di Petto di pollo in sàor è insolita ma non fa rimpiangere la ricca, saporita e gustosa ricetta originale. E poi avevo promesso a Marina di Le ricette di Baccos che l’avrei postata, nonostante il rischio di attirare le ire dei veri intenditori del sàor.
Naturalmente per apprezzarlo dovete amare l’agrodolce, il pollo e le stravaganze culinarie.
Ricordiamoci che, avendo il petto di pollo un sapore decisamente più delicato rispetto al pesce, per prima cosa non si rispetta affatto la proporzione indicata per la ricetta originale (che prevede 2 parti di cipolla per 1 parte di sarde) o il gusto dell’ortaggio finirà col prevalere in maniera fastidiosa su quello della carne.

20140323-151147.jpgDunque, occorrerà un petto di pollo intero, diciamo di circa 450 gr, che si taglia a striscioline delle dimensioni di un dito.
Si affettano non troppo sottili 450 gr di cipolle bianche (stesso peso del pollo dunque) e si fanno rosolare con 1 cucchiaio di olio, si salano appena e poi si sfumano con una generosa spruzzata di ottimo aceto bianco (quello color paglierino, non quello incolore).
Si aggiunge 1 cucchiaino di zucchero, che serve a caramellarle, e si continua la cottura a fuoco dolcissimo finché non risultano appassite e leggermente dorate.
Mentre le cipolle cuociono, si infarinano le striscioline di petto di pollo e si friggono in abbondante olio di arachidi (se preferite, usate l’olio extravergine d’oliva). Si scolano su carta assorbente e si salano appena.
Si può quindi passare ad assemblare gli ingredienti in un contenitore di vetro, così almeno in questo rispettiamo la tradizione.
Si fa uno strato di pollo, si copre con alcune cucchiate di salsa di cipolle alla quale sono stati uniti 40 gr di uva sultanina e 30 gr di pinoli e si prosegue così, a strati, fino ad esaurire tutti gli ingredienti.
Si copre e si conserva in frigorifero per almeno 12 ore perché come nella ricetta originale, anche nella mia versione, la marinatura rende il piatto più saporito e gustoso.

Questo piatto può essere un antipasto o un secondo: tutto dipende dalla generosità delle porzioni che si servono.
Ecco, se qualcuno ha voglia di un piatto insolitamente classico, o tradizionalmente creativo, insomma gastronomicamente scandaloso… l’ho appena descritto!

Antipastini di pesce

Tutto è cominciato quando in una delle nostre tante incursioni nei mercatini dell’Antiquariato ho acquistato 6 piatti di vetro a forma di pesce decisamente vintage: intatti, datati anni Cinquanta, irresistibili.
Aspettavo solo l’occasione per utilizzarli e l’occasione è arrivata qualche sera fa.

20140327-205108.jpgHo scelto di appoggiarli sui piatti colorati del servizio di Positano perché la loro elegante trasparenza fosse meglio messa in evidenza.
Mi sono serviti per l’antipasto, che era costituito da un cucchiaino di salsa di granchio, una ciotolina di passata tiepida di ceci con i gamberi e una cupoletta di salmone affumicato ripiena di insalata di avocado.
Due sono ricette che ho postato già in altre occasioni, quest’ultima in particolare, che avevo pubblicato il 31 maggio scorso, è stata uno dei miei primissimi post.
Questa è dunque la ricetta della cupoletta di salmone (che propongo in occasione di cene a cui tengo particolarmente e che ho servito anche a Natale) che trovate già nel blog, ma che oggi vi ricordo, così se volete offrire “Un antipasto veramente chic” non dovete andare troppo indietro a cercarlo.
“Per ottenere questo spettacolare risultato, per ogni commensale si adagiano in una coppetta da macedonia una o due fettine sottili di salmone affumicato leggermente sormontate e debordanti e si riempiono con cubetti di avocado conditi con olio e limone, miscelati con dell’altro salmone affumicato a striscioline, della robiola o mascarpone o Philadelphia, pepe nero e qualche cucchiaiata di maionese. Si richiudono i lembi di salmone lasciato debordare e, dopo una sosta in frigo di qualche ora, si capovolgono sui piatti individuali decorando con fettine di avocado e foglie di insalata.”
Questa la ricetta originale postata a suo tempo. L’altra sera ho ne realizzato una versione più ridotta perché gli assaggi erano tre, quindi è bastato uno stampino da muffin a testa.
La sequenza in cui ho suggerito di mangiare questi antipastini è stato il senso antiorario: per primo il cucchiaino di salsa di granchio, profumata di sedano, poi la passatina di ceci da raccogliere col cucchiaino appena vuotato in un solo boccone e infine la cupoletta di salmone, molto fresca, che ha preparato il palato ai tagliolini al nero di seppia che sono venuti dopo.
Lo so, sarebbe piaciuto anche a voi essere miei ospiti… ma vi dirò francamente che la coda è già lunghissima!

Il cappone alla Gonzaga

Questo piatto, che servo come sofisticato antipasto, può apparire ingannevolmente banale perché, appartenendo alla categoria del pollame bollito, sembrerebbe proprio adatto ad una cena leggera, con ospiti di mezza età come in genere sono i miei, in quanto più o meno nostri coetanei.
Impressione sbagliatissima: l’insalata di Cappone alla Gonzaga è piuttosto complessa, decisamente raffinata, molto “gourmand” e perfino storica.
È frutto infatti della fantasia e dell’abilità di Bartolomeo Stefani, cuoco alla corte dei Duchi di Mantova intorno alla metà del 1600.
È proprio per queste sue nobili origini Rinascimentali dunque e perché è in qualche modo legato ai miei ricordi d’infanzia, che riservo questo insolito e sontuoso antipasto a poche persone che mi stanno particolarmente a cuore: non è un piatto che preparo per tutti…

Il giorno precedente a quello in cui si intende servire il piatto, si lessano 2 petti di cappone (o eccezionalmente di pollo) con sedano e carota, 1 foglia di alloro e 1 piccola cipolla steccata con 2 chiodi di garofano con tanta acqua salata quanta ne occorre per coprirli.
A cottura ultimata si lasciano raffreddare nel loro brodo, che servirà per esempio per cuocere i cappelletti da servire come primo piatto.
Nel frattempo si fanno rinvenire 50 gr di uvetta sultanina in 1/2 bicchiere di vino bianco tiepido con 1 cucchiaino di zucchero.
Si sgocciolano i petti di cappone e pazientemente e con molta cura si sfilacciano con le dita e si lasciano cadere in una terrina.

20140203-015539.jpgSi condiscono con un’emulsione di olio, succo e buccia grattugiata di 1 limone biologico, si aggiusta di sale e pepe e si aggiungono le uvette con tutto il vino eventualmente rimasto nella ciotolina in cui si sono fatte rinvenire.
Si mescola con delicatezza sollevando i filetti di cappone con due forchette e facendoli ricadere nella terrina perché non si ammucchino, o meglio si usano le mani che per condire e rimestare le insalate sono uno strumento non solo adatto, ma perfetto.
Si copre con la pellicola e si conserva in frigorifero per almeno 6-8 ore perché tutti i sapori si amalgamino.
Si serve con piccole ciotole individuali di mostarda Mantovana e un ultimo filo d’olio.
Volendo esagerare, per continuare a creare l’illusione del sontuoso desco rinascimentale dei Duchi di Mantova si può far seguire all’insalata di cappone il “sorbir d’agnoli”: cappelletti cotti nel brodo di cappone e serviti in tazza con un abbondante sorso di vino Lambrusco.

Il Cappone alla Gonzaga l’ho assaggiata per la prima volta a casa di quei cugini del mio papà di cui parlo nel Capitolo 11 del mio libro, quello in cui accenno a mia nonna Emma, al suo strano condimento per gli gnocchi di patate che ho postato il 2 febbraio, al profumo della frutta messa a seccare nel “tinello” in cui si pranzava, ad una stupenda bambola di porcellana, al vino Clinto e al sugo d’anatra.
Ecco, anche oggi ho creato un’altra occasione per dividere ricette e ricordi con le persone amiche.
Quando non ne potete più, me lo dite, vero?

1 marzo 1947/2014

20140228-183413.jpgOggi è il mio compleanno e voglio essere io a farvi un regalo.
Non la solita ricetta, ma una ricetta chic, adatta ad una ricorrenza e accompagnata da un intero capitolo del mio libro “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)” e spero sia un regalo gradito e vi faccia venire voglia di leggere anche il resto…

“SHOPPING A SAINT TROPEZ
Confesso di essere una di quelle donne che fanno acquisti compulsivi, ma chi non lo è?
Una volta, quando ero depressa, annoiata o mi sentivo euforica o insicura compravo scarpe; ma era perché il negozio di fronte al mio era una Monomarca di calzature, che dalle mie vetrine si vedevano benissimo, così tra un cliente e l’altro in tre passi ero dall’altra parte della strada e nel tempo che avrei impiegato a bere un caffè, ecco che mi gratificavo con un terapeutico paio di scarpe nuove.
Quando ho venduto il negozio la storia è finita lì. Con le scarpe. Adesso compro in modo compulsivo accessori per la cucina e per la tavola.
È una scelta come un’altra, di cui in genere non mi pento mai, anche se a dire il vero qualche volta ho provato un po’ di rimorso, come quella volta a Saint Tropez.
Non si è trattato solo di lacrime di coccodrillo per aver speso una piccola fortuna in futilità, ma di qualcosa di più. Adesso vi racconto la storia.
Fino a qualche anno fa, passavamo la prima settimana di settembre a Juan les Pins e il rituale giornaliero era grosso modo sempre lo stesso: consisteva nel restare in spiaggia tutta la mattina, pranzare bord de mére, praticamente pieds dans l’eau e dopo un riposino giusto per digerire, passare il pomeriggio zonzonando ogni volta in una località diversa della Costa Azzurra o della Provenza, dove ci fermavamo anche a cena.
Quella volta, era in programma Saint Tropez, ma raggiungerlo è stato un vero inferno per via del traffico – ore di coda e chilometri di auto in fila – ma non siamo mica tornati indietro, eh no, perché noi in fatto di bazzecole siamo molto pragmatici!
Comunque finalmente arriviamo, non senza aver prima insultato semafori, guidatori Francesi e democraticamente anche di altre nazionalità, segnali stradali, tutta la Costa Azzurra in generale e il tratto che stavamo percorrendo in particolare.
La cittadina è proprio chic: comodo parcheggio a pagamento, lungomare con elegantissimi yacht e pittori ispirati e creativi, signorili caffè all’aperto, boutique con marchi prestigiosi, creature di entrambi i sessi deliziosamente intente a guardarsi intorno con nonchalance per essere certe che le hai notate.
Do un’occhiatina svogliata alle vetrine, più per compiacere mio marito che per vero interesse verso i negozi di abbigliamento, dato che nessuno tiene la mia attuale taglia se non Marina Rinaldi, che naturalmente a Saint Tropez è fuori legge e poi ci si inoltra in Rue Gambetta, perpendicolare al porto.
Come guidata da un istinto primordiale, un richiamo atavico, sicura come un salmone che risale la corrente, mi dirigo subito verso un negozio sulla sinistra, un po’ buio, di cui non ho nemmeno visto l’insegna, giuro, e lì … eccoli!
Accatastati, ammucchiati, affastellati, raggruppati, impilati, abbandonati qua e là in un folle disordine organizzato, ci sono centinaia di oggetti di porcellana bianca, come quelli del vecchio negozio della Rosanna, ma di più, di ogni forma, prezzo e misura, da forno e non, alcuni in realtà grigi di polvere, ma non conta, tanto li laveresti comunque.
Erano così fantasiosi, imprevedibilmente necessari, banali o insoliti a scelta, da non poter resistere!
Io non mi ci sono neanche provata a resistere, naturalmente e ho comprato vaschette quadrate abbinate a cucchiaini con un forellino sul manico, come se si dovessero appendere, pirofiline individuali, due mortai di misure diverse coi loro pestelli, stampi da terrine, ognuno con il coperchio sormontato da una testa di animale: cinghiale, lepre, anatra e maialino.
E poi non so cos’altro. Magari però se lo ricorda il mio eccezionale marito, che si è trascinato tutti i miei acquisti in due borsoni di plastica pesante – rigorosamente bianchi – attraverso chilometri di viuzze, poi al ristorante e di nuovo sul lungomare fino al parcheggio, mentre intorno a lui altri più fortunati consorti reggevano disinvoltamente sacchettini griffati decisamente molto più leggeri.
Adesso vorrete sapere come utilizzo le vaschette quadrate, vero? Con differenti tipi di miele, oppure di mostarda, di confettura o marmellata o con granelle diverse di frutta secca e nel forellino del manico di ciascun cucchiaino infilo una cordicella (va bene anche lo spago per legare l’arrosto) e attacco un cartellino con l’indicazione del contenuto della vaschetta a cui è destinato, se no finisce che me lo scordo anch’io.
Naturalmente la mia fantasia e l’impegno muscolare di mio marito, meritano lo sforzo di preparare una cena alla Francese.
Se proprio non sono in vena, mi limito a mettere in tavola un un gran piatto di formaggi, questi non necessariamente Francesi, proprio bello grande, per giustificare almeno l’acquisto (ed il trasporto) delle vaschette quadrate.
La cucina Francese secondo alcuni è sopravvalutata, ma io la trovo interessante (piuttosto trovo sopravvalutati i Francesi) e mi piace misurarmi ogni tanto con qualche piatto transalpino di sicuro effetto e di gusto insolito ma non troppo particolare.
Leggendo tutto il libro troverete un sacco di ricette vagamente galliche un po’ dappertutto.
Fossi in voi qualcuna la proverei, fanno sempre un figurone perché esulano decisamente dalle nostre abitudini culinarie e finiscono con l’incuriosire gli ospiti.
Quindi, pourquoi pas?

TERRINA CAMPAGNOLA
150 gr di lardo affettato sottile
400 gr di polpa di maiale macinata due volte
200 gr di prosciutto affumicato ( tipo Praga ) a fette
1 uovo
1 tartufo medio ( o 2 piccoli )
aglio, prezzemolo, sale e pepe

Fodero con il lardo uno stampo di porcellana da forno lasciando debordare le fette.
Con le mani inumidite mescolo il macinato con l’uovo, 1/2 spicchio d’aglio, oppure uno intero se lo preferite e lo digerite, ridotto a crema, un cucchiaio di prezzemolo tritato, sale e pepe.
Divido questo impasto in tre parti. La prima la sistemo sul fondo dello stampo sopra il lardo, la livello e la copro con metà del prosciutto e metà del tartufo affettato. Sopra spalmo un altro terzo di impasto premendo bene per non lasciare vuoti e copro col restante prosciutto e le fettine di tartufo.
Completo con l’ultimo terzo di impasto e batto ripetutamente lo stampo sul tavolo (coperto con un canovaccio mi raccomando perché è di porcellana e mio marito non torna più a Saint Tropez a comprarne un altro se si rompe), ripiego sopra le fettine di lardo che avevo lasciato debordare, incoperchio e inforno a 180° per circa un’ora e mezza.
Poi lo lascio raffreddare nel forno spento e lo passo in frigorifero per almeno 6-8 ore prima di servirlo.
Un’ultima cosa: per rendere ancora più rustica questa terrina si può sostituire il prosciutto con la porchetta al forno.
Per questa ricetta uso lo stampo con la testa di cinghiale, ma va bene anche quello col maialino, oppure un foglio di alluminio su una semplice cocotte, se non avete ancora visitato Saint Tropez…”

Felice giornata a tutti, un abbraccio e buon mese di marzo!

Fiori di zucca ripieni (Fleurs de courgette farcis)

Prima di vendere il negozio, cioè fino al 2000, ogni anno ad aprile andavamo al Salone dell’Alta Orologeria di Ginevra per visionare e acquistare le novità in fatto di orologi e cronografi, ospiti di una delle prestigiose Case produttrici di cui ero concessionaria.
La cucina Svizzera, poco nota e ancor meno menzionata, è invece molto raffinata e in grado di accontentare tutti.
A Ginevra abbiamo mangiato per esempio della semplice carne alla griglia però accompagnata da salse incredibilmente golose (che non hanno niente da invidiare a quelle francesi) sia al Ristorante Le Carnivore nella città vecchia, che a Le Relais de l’Entrecôte, sul lungolago.
Abbiamo pranzato con Fonduta al formaggio e Carne Secca dei Grigioni e cenato al prestigioso Chat Botté, all’interno dell’Hotel Beau Rivage, dove l’antipasto era costituito da deliziosi fiori di zucca ripieni di una brounoise di verdure e filetti di pesce persico, eccellenza del Lago Lemano.

20140219-021424.jpgMagari in un’altra occasione approfondiamo i segreti dell’arte culinaria elvetica, oggi mi limito a segnalarvi la mia versione della ricetta dei “Fleurs de courgette farcis” per i quali vi occorreranno:
12 piccole zucchine col fiore
4 filetti di pesce bianco (orata, branzino, sogliola)
2-3 cucchiaiate di verdure miste tritate come per il classico soffritto
200 gr di ricotta
1 uovo
prezzemolo tritato
zafferano in polvere
sale e pepe
burro e olio
Stacco i fiori dai gambi e li lavo delicatamente.
Taglio a dadini molto piccoli la parte verde delle zucchine e li faccio saltare in poco olio con sedano, carota e cipolla tritati.
Intanto frullo con l’uovo e la ricotta i filetti di pesce a pezzetti. Mescolo questo composto con le verdurine, aggiusto di sale e pepe, incorporo il prezzemolo, aggiungo una bustina di zafferano e farcisco con delicatezza i fiori, ai quali ho tolto il pistillo.
Li sistemo in una teglia antiaderente unta con 1 cucchiaio di burro, condisco con un altro giro d’olio, salo appena e cuocio col coperchio per circa 15 minuti.

La ricetta originale prevede di utilizzare nel ripieno il pesce persico del Lago Lemano, ma non amando particolarmente i pesci d’acqua dolce, preferisco usare per la farcia uno qualunque dei pesci citati.
Vanno bene eventualmente anche i filetti di merluzzo.
Una porzione abbondante costituisce per noi praticamente il pranzo di mezzogiorno.
Siate sinceri: chi direbbe che questa bontà è una ricetta Svizzera?

Gamberi con salsa allo zafferano

Mi piacciono molto i piatti che possono essere completati da una salsa.
Ogni tanto combino insieme alcuni ingredienti e il più delle volte esce qualcosa di veramente buono.
Una delle mie ultime creazioni (o creature) è una facile salsa allo zafferano che ho provato con dei semplici gamberi scottati e un piccolo contorno di funghi.
Il risultato è un piatto che è nato per non presentare per l’ennesima volta il solito “mari e monti” un po’ troppo vintage ma che la salsa a specchio rende subito elegante.

20140218-003043.jpgLa ricetta (per 2) si sviluppa in tre parti: occorrono le immancabili code di gambero, i funghi porcini acquistati a suo tempo dal fruttivendolo Pakistano e la salsa allo zafferano.
Questa volta ho pulito 8 gamberi belli grossi, sgusciati e lasciati marinare in olio, peperoncino, sale, pepe e succo di limone per una ventina di minuti, il tempo che mi è occorso per cuocere a fuoco alto in padella con olio, burro, aglio e prezzemolo un paio di cucchiaiate di funghi porcini affettati, ancora congelati, che avevo riposto in freezer lo scorso settembre e preparare la salsa allo zafferano.
Per quest’ultima ho sciolto 50 gr di burro in un pentolino, ho aggiunto 1 scalogno tritato e l’ho lasciato rosolare.
Ho unito 1 pizzico di sale e 2 cucchiai di farina e fatto cuocere per qualche minuto, poi un po’ per volta ho versato 1/2 litro di latte e per ultima 1 bustina di zafferano.
Ho portato tutto a ebollizione e cotto a fuoco medio per una decina di minuti fino ad ottenere un composto ben legato.
Ho tolto la salsa dal fuoco, l’ho frullata con un minipimer e ho sistemato a specchio questa cremina liscia sul fondo dei piatti.
Ho fatto saltare in una padella appena unta, giusto per un minuto su entrambi i lati, le code di gambero sgocciolate dalla marinata e le ho appoggiate sulla salsa.
Ho completato con i funghi trifolati e ho messo in tavola con grande soddisfazione questo bellissimo antipasto a cui ho fatto seguire due spaghetti allo scoglio (o alla marinara: non so mai come chiamarli) e naturalmente ci siamo fermati lì, se escludiamo i mandarini tardivi che hanno concluso il pranzo.

Faccio entrare talmente spesso le code di gambero nelle mie ricette che a volte mi dico che se fossi di nobili origini probabilmente sullo stemma di famiglia apparirebbero due gamberi rampanti!

Code di gambero su vellutata di ceci

Ci sono poche occasioni nelle quali utilizzo le mie tazze da consommé, quelle della lista nozze, il tipo di stoviglie per intenderci a cui nessuno dei giovani che si sposano oggi verrebbe in mente di chiedere in regalo!
Io comunque ce le ho, ormai da quasi 45 anni. Erano oggetti che non potevano certo mancare nel corredo di vasellame classico ed elegante delle spose della mia generazione… un giorno parliamo anche del resto!
Difficilmente offro il consommé, anche se una volta, dopo un antipasto di Cappone alla Gonzaga, ho servito un classico Sorbir d’agnoli giusto per utilizzare un volta tanto le tazze da consommé e creare una specie di cena etnica “de noantri”. Alla mantovana.
Va be’, mi piace scherzare.
Di recente, derogando un po’ dalle ferree regole del galateo, le ho usate per una squisita passata di ceci con le code di gambero che, indipendentemente dal contenitore, è proprio una delizia.

20140109-094419.jpgPer prima cosa si puliscono e si privano del filo intestinale 12 code di gambero. Si mettono in una casseruola coperte d’acqua con 1 carota, 1 gambo di sedano, 1 piccolo scalogno, 1 pezzetto di buccia di limone, 1/2 bicchiere di vino bianco, 2 grani di pepe, 1 foglia di alloro e 2-3 gambi di prezzemolo.
Appena bolle, si spegne e si lasciano intiepidire nel loro court bouillon.
Il court bouillon va poi filtrato e conservato.
Intanto si fa appassire 1 piccola cipolla affettata sottile in poco olio salando appena. Si fa stufare a lungo, a fuoco molto dolce, mescolando di tanto in tanto per non farla colorire.
Ottenuto (noi senza stufarci) questo risultato, si versano nel tegame 2 scatole di ceci al naturale sciacquati e sgocciolati, si aggiungono gli aghi di 1 rametto di rosmarino e tanto court bouillon tenuto da parte quanto ne serve per coprire i ceci, si aggiusta eventualmente di sale e pepe e si lascia cuocere qualche minuto.
Si frulla col mixer ad immersione aggiungendo eventualmente altro court bouillon per ottenete una vellutata densa al punto giusto, appena fluida.
Si impiatta, tiepida, nelle tazze da consommé e si completa con le code di gambero sgusciate e un giro di olio d’oliva leggero (Ligure o del Lago di Garda).

Ovviamente le tazze da consommé sono un optional. In altre occasioni ho presentato questa vellutata in piccole cocotte, o addirittura in una ciotola di servizio da cui servirsi personalmente. Ocio però, perché come ho già detto così si corre il rischio che se i primi commensali non sono moderati, agli ultimi resta solo la passata!