Tomini in crosta

Partiamo dal conosciutissimo “Brie en croute”.
Già visto, già assaggiato, troppo anni ’80.. ok, ma una saporita forma di brie racchiusa in una fragrante pasta sfoglia, ti può risolvere con estrema eleganza il problema di un ospite inaspettato, di una cena improvvisata… perché voi ce l’avete sempre in casa una forma di brie, vero?!
Io no, ma nel mio frigorifero ho spesso dei tomini, quindi: pronti, via e guardate che risultato!

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Facile. Stendete la sfoglia (comprata già pronta, per carità), tagliatene dei quadrati grandi abbastanza da avvolgere ogni tomino (con la crosta ben pulita utilizzando un canovaccio umido) come in un fazzoletto. Appoggiateli al centro, raccogliete la sfoglia in cima e chiudetela con dello spago da cucina.
Spennellate con una miscela di uovo e latte e infornate a 180 gradi per 15 minuti, finché la pasta risulta dorata.
Ne basta uno a testa naturalmente, ma fatene pure qualcuno in più, non andranno sprecati. Avete visto che al supermercato li vendono anche già avvolti nello speck? Potete utilizzare quelli per un risultato ancora più saporito, ma a me piacciono così, tiepidi con vicino due fettine di San Daniele e un’insalata.

La Dichiarazione di Indipendenza

Il 4 luglio è la festa nazionale degli Stati Uniti e commemora l’indipendenza dal Regno Unito del 1776.
È una festa molto sentita dai patriottici Americani, che la celebrano con parate, fuochi d’artificio, pic nic e barbeque in famiglia e nei parchi pubblici.
Noi ne abbiamo seguito i festeggiamenti sia a Manhattan, ammirando la parata di Macy’s sulla Fifth Avenue che, casualmente, a Sausalito, al di là del Golden Gate, deve abbiamo assistito ad alcune divertenti gare di canottaggio e a pantagrueliche mangiate di hot dog.
Dappertutto c’erano bandiere a stelle e strisce e tutti indossavano coccarde tricolori.
Perfino il cibo rispecchia il patriottismo americano.

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Questa è una torta, mi pare suggerita da Martha Stewart, con una base di pan di Spagna farcito di crema pasticcera (come la maggior parte dei dolci americani) e decorata con mirtilli, lamponi e panna montata distribuita con un sac-à-poche dalla bocchetta a stella.
È deliziosa e molto coreografica. La dedico a tutti gli amici che mi seguono dagli Stati Uniti e a chi, come noi, ama questo grande e generoso Paese.
Chissà se si riesce a modificarla per renderla adatta al 2 giugno qui da noi..

Gazpacho. Però alla Provenzale

Il mio primo gazpacho, naturalmente, l’ho assaggiato in Spagna ed è stata una scoperta molto illuminante quella di poter servire una minestra anche ad agosto.
L’unica nota stonata per alcuni può essere l’eccessiva acidità della base di pomodori o il sapore deciso del peperone e della cipolla… Insomma, se il vostro partner è poco avventuroso, come mio marito, lasciate perdere e fategli pasta e fagioli.
Se invece come me amate sperimentare, curiosare, interpretare, questa ricetta per due, con un ingrediente insospettabile, fa per voi.

gazpacho

Tuffate in acqua bollente 300 gr di pomodorini ciliegini, scolateli in una ciotola di acqua e ghiaccio: lo shock termico vi aiuterà a pelarli dopo che li avrete tagliati a metà e privati dei semi.
Sbucciate col pelapatate un peperone rosso non molto grande, tagliatelo a metà, liberatelo dei semi e dei filamenti. Pelate anche un cetriolo e scartate la parte interna centrale coi semi. Frullate i pomodori. Tritate grossolanamente una piccola cipolla dolce e tagliate a dadini minuscoli tutti gli altri ortaggi che avete preparato.
Mettere sul fuoco 1/2 litro di brodo leggero di pollo (ce l’avete ancora quello che avevate congelato?) o vegetale, aggiungete 2 cucchiai di olio, 1 cucchiaino di aceto bianco, 1 spicchio d’aglio ridotto a crema, 1 pizzico generoso di peperoncino in polvere (o qualche goccia di Tabasco), i pomodori frullati e 1 cucchiaino di zucchero vanigliato, che toglierà l’acidità ai pomodori e conferirà alla minestra una nota particolare. Fidatevi.
Portate a ebollizione, immergetevi tutti i cubetti di verdura, spegnete e fate raffreddare. Conservate in frigo fino al momento di portare in tavola.
Aggiustate di sale e completate il vostro (nostro) gazpacho con alcune profumate erbe provenzali come per esempio timo, prezzemolo, maggiorana e basilico.

La sbrisolona

La sbrisolona (probabilmente in Italiano: “Torta di briciole” e in Inglese forse: “Crumbs cake”) è un dolce rustico e buonissimo di origine mantovana. Data la vicinanza comunque, è molto popolare anche a Verona.
È una torta che faccio più spesso in inverno, ma realmente non ha stagione. Bisogna osservare un’unica imprescindibile regola: NON SI TAGLIA. Mai. Ma si spezza rigorosamente con le mani, come la frolla di Roverè.

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Per farla, bisogna mescolare velocemente con la punta delle dita 250 gr di farina 00, 150 gr di farina di mais (quella sottile che si chiama “fioretto”), 150 gr di zucchero, 200 gr di burro, 2 tuorli, 200 gr di mandorle tritate grossolanamente, la buccia grattugiata di 1 limone e 1 pizzico di sale.
Si imburra una tortiera bassa e si distribuisce questo impasto a pioggia senza compattarlo. Si inforna a 180 gradi per circa un’ora. Quando si toglie dal forno si cosparge con altri 50 gr di zucchero e si fa raffreddare.
Si porta in tavola e si spezza con un leggero pugno dato al centro del dolce.

Vi diranno che va servita con il Passito di Pantelleria, ma non cascateci. È fantastica col Recioto bianco di Soave.

Involtini al bacon

Ho trovato nel blog Parole di cioccolato un’eccellente ricetta di involtini di tacchino avvolti nella pancetta che mi ha ricordato che, in una versione leggermente diversa, li facevo anch’io.
Era un po’ che non ci pensavo. Succede anche a voi? Ci sono dei periodi in cui ripeto la stessa ricetta anche settimanalmente, poi l’abbandono e finisce che non ci penso più per mesi se non per anni. I saltimbocca alla Romana per esempio, sarà dall’ottobre dell’anno scorso che non li metto in tavola. Sarà meglio che li rifaccia anche se no mi scordo come si fanno!
La stessa cosa quasi succedeva con questi involtini.
Meno male che mi sono tornati in mente, così anche stasera la cena è assicurata!

Involtini pancettaPer ottenere questo risultato, occorre tagliare un petto di pollo a bocconcini di 3-4 cm. che si insaporiscono con poco sale, un’idea di peperoncino in polvere e abbondante pepe.
Si avvolgono in una foglia di salvia e poi in fettine di bacon. Se ne infilzano quattro per ogni spiedino di legno e si cuociono sulla griglia, o sulla bistecchiera, oppure su una piastra antiaderente, rigirandoli due o tre volte.

Contenti? Non vi faccio accendere il forno e con questo tipo di cottura il grasso in eccesso cola dalla pancetta e non si deposita… sui fianchi!

Le finte olive ascolane

Adoro le olive Ascolane, quelle grosse, denocciolate, ripiene, impanate e fritte.
Quando le trovo nei buffet che precedono certi eventi, mi riempio il piatto. Ma non mi metterei mai a farle in casa: troppo lavoro.
Dato però che sono fantasiosa, caparbia e golosa, ho elaborato una ricetta per ridurre lo stress e ottenere comunque un risultato apprezzabile e apprezzato: le faccio finte.

Ecco come: frullo insieme 200 gr di carni cotte miste (quelle avanzate, con le quali abitualmente farei le polpette della nonna), 200 gr di olive verdi già snocciolate, scolate dalla salamoia, 2 tuorli, e 2 bei cucchiai di parmigiano grattugiato, sale e pepe.
Con le mani inumidite faccio delle palline grosse come noci, leggermente allungate perché assomiglino alle olive. Le passo nella farina, negli albumi sbattuti (perché non si butta niente ma non si possono fare meringhe in continuazione!) e infine nel pangrattato macinato molto, molto fine. Le friggo poche alla volta in olio di oliva ben caldo, poi le scolo sulla carta da cucina.

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Sono finte, ma squisite.

La carbonara del venerdì

Forse otto o dieci anni fa ho scritto una piccola serie di aneddoti che giravano intorno ad alcune ricette tradizionali rielaborate. Naturalmente erano scritte a mano su un blocco perché è da pochissimo che mi sono evoluta tecnologicamente. I titoli erano perfino stati illustrati in modo simpatico e umoristico da mia figlia. Ci saranno ancora da qualche parte, forse dove tengo le carte da decoupage, è un po’ che non ci guardo.
In ogni caso, questa ricetta me la ricordo e la condivido perché è un’ideuzza piuttosto golosa.

carbonaraSo che per la carbonara ogni famiglia ha la sua particolare ricetta. C’è chi utilizza un uovo intero a testa, chi solo i tuorli, chi aggiunge la panna, quindi vi suggerirei di regolarvi come siete abituati di solito.
L’unica fondamentale variante è che anziché soffriggere la pancetta affumicata (o il guanciale) per completare il piatto, dovrete far appassire dello scalogno con poco olio e qualche goccia d’acqua e poi aggiungere, udite udite, una dadolata di salmone affumicato (in commercio ce ne sono delle confezioni molto pratiche già a cubetti) lasciandolo sul fuoco giusto il tempo perché si scaldi e poi versarlo sugli spaghetti fumanti conditi con le uova, il parmigiano (o il pecorino) e abbondante pepe.

Come vedete, questa particolare versione “di magro” della carbonara potrebbe essere tranquillamente mangiata anche nei venerdì di Quaresima, ma voi buttatevi avanti e assaggiatela già adesso!

Il premio

Sono stata premiata da Carola, lamoraincucina! Non avevo nemmeno idea che mi potesse succedere qualcosa di così strano e imprevisto. Grazie infinite.

Ho risposto così alle sue domande:
1 – Quali altre passioni hai oltre alla cucina? Viaggi, cinema, letture, antiquariato, decoupage.
2 – L’ingrediente in cucina che ti piace da morire? L’amore!
3 – L’ingrediente che non ti piace per niente? La noia.
4 – Il libro che ti ha toccato il cuore? “La montagna è giovane” di Han Suyin.
5 – Mare, montagna o lago? Tutto. Perfino le metropoli!
6 – Ti piace la moda? Molto, ma la seguo a modo mio.
7 – La Nazione più bella che tu abbia mai visto? L’Italia.
8 – Se fossi un colore quale saresti? L’arcobaleno.
9 – Il tuo cantante preferito? Elvis Presley, Frank Sinatra, Rod Stewart.
10 – Se fossi un animale quale saresti? Senza dubbio un gatto.
11 – Il giorno più bello della tua vita? Spero di non averlo ancora vissuto!

Io premio con molta gioia:

E adesso le mie domande:
1 – Per chi cucini?
2 – Come: tradizionale, etnico, regionale, fusion?
3 – Quale ingrediente utilizzi di più?
4 – Hai mai fatto corsi di cucina?
5 – Leggi libri di cucina?
6 – Cucini di più carne o pesce?
7 – Preferisci invitare o essere invitato?
8 – Qual è il tuo piatto forte?
9 – Conosci la cucina degli Stati Uniti?
10 – E quella Francese?
11 – Ti consideri un colapasta o un frullino?

Ciao a tutti.

Capesante e no

capesante

Eccole qua. Sicuramente le farete anche voi, in centomila modi diversi e tutti eccellenti perché le capesante, o cappe sante, o pettini di mare o conchiglie St Jaques sono squisite e a meno che non siano cotte troppo a lungo, vengono sempre bene.
Quindi se le sapete già fare (quella della foto è alle nocciole), parliamo invece di come utilizzare la valva concava, che non va mai buttata, ma lavata e conservata.
Qui è diventata il contenitore per una salsa di granchio, bacon e gamberetti dal sapore intrigante e inconsueto da spalmare, fredda, sui crostini.

Per ottenerla si fanno saltare in 2 cucchiai di olio 2 piccoli scalogni tritati con 70 gr. di bacon a dadini minuscoli (se acquistate una confezione di cubetti per la carbonara già tagliati, tritateli ancora un po’), si uniscono poi 200 gr di gamberetti al naturale sgocciolati, si sfuma con 2-3 cucchiai di vermut bianco, si fa evaporare, si toglie dal fuoco e si fa raffreddare. Si incorporano un paio di scatole di polpa di granchio scolata e sminuzzata, si regola di sale e pepe, si lega con 3-4 cucchiai di yogurt greco, il succo di 1/2 limone, 1-2 cucchiai di maionese.
Si mette il composto in frigorifero e si serve accompagnato da fettine tostate di baguette.

Con questo stesso composto, anziché riempire le conchiglie, si possono anche creare dei coreografici aspic mono porzione, ma la faccenda diventa molto più lunga.

La torta di cocco della Edy

Ci sono cose alle quali non pensi più da chissà quanto tempo, cose che hanno fatto parte, se non della quotidianità, almeno di consolidate abitudini di vita.
Questo dolce, per esempio, per alcuni anni (erano gli anni Ottanta) è stato un must in occasione di molte festicciole, poi è caduto in disuso e solo una visita al blog paroledicioccolato me l’ha fatto tornare in mente.
Era finita nel dimenticatoio (luogo che di tanto in tanto sarebbe bene visitare…) anche l’amica che mi aveva girato la ricetta. Siamo state per qualche anno buone vicine di casa, in campagna, poi ci siamo entrambe trasferite e perse di vista.
È quindi con struggente nostalgia per quegli anni vissuti a crescere i figli e, inconsciamente, a cominciare ad invecchiare, che posto questa ricetta, dolce e datata… un po’ come me!

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Bisogna frullare 400 gr di biscotti tipo Oro Saiwa e unirli a 400 gr di cocco disidratato, 150 gr di burro fuso, 1 bicchierino di rum e un bicchiere di acqua tiepida (per reidratare il cocco) in cui si sono fatti sciogliere 120 gr di zucchero.
Si amalgama tutto, si compatta in una tortiera e si conserva in frigo per diverse ore.
Quando si capovolgeva allora sul piatto da portata, si spalmava di Nutella e si decorava con le codette di cioccolato, adesso che siamo diventate più brave, possiamo usare una glassa al cioccolato fondente comme il faut, oppure se ci siamo impigrite spolverizzare semplicemente col cacao amaro o, se ci sentiamo moderne ed evolute, con l’impasto preparato fare delle palline e rotolarle nel cacao, nei pistacchi tritati, nello zucchero vanigliato… e avanti così per creare una montagna di friandises da servire col caffè.