Fettuccine dei Lessini

Insomma è proprio inverno. In due giorni le colline e le montagne si sono imbiancate, il vento gelido rotola giù dal Nord e si infila dappertutto.
Cresce la voglia di sapori caldi, intensi, pieni, di quei piatti insomma dei quali è meglio non tener conto delle calorie…
Anche la pasta che vi propongo oggi è tutt’altro che dietetica, ahimè. È ricca, saporita, profumata, golosa: non può essere anche ipocalorica!
E poi il sugo per condire queste fettuccine è particolare perché riunisce la raffinatezza del tartufo (quello nero dei Monti Lessini), delizia delle tavole signorili fin dall’epoca Napoleonica e la rustica salsiccia, proletaria e popolare (la nostra gustosa luganega).
L’abbinamento può sembrare ardito, ma mi sento di suggerirvi di provarlo… e dopo ne riparliamo.

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Le fettuccine si fanno in casa con farina e uova, oppure si comprano belle e pronte, come preferite, calcolando 80 gr a testa in caso di pasta fresca e 50-60 gr se si tratta di pasta secca, ma ovviamente ognuno conosce l’appetito dei suoi commensali…
Adesso concentriamoci sulla preparazione del condimento per 4 persone normoaffamate.

Si trita una piccola cipolla e si fa appassire con una noce di burro in un tegame grande abbastanza da poter contenere poi la pasta, si aggiungono 4 foglie di salvia e 300 gr di salsicce spellate e sminuzzate.
Si fanno rosolare mescolando spesso. Si sfuma con 1 bicchierino di Cognac e una volta evaporato si finisce la cottura. La salsiccia deve risultare asciutta e sgranata.
Si toglie il tegame dal fuoco, si elimina la salvia, si uniscono 80 gr di gherigli di noci pestati nel mortaio (non frullati) insieme a 2 cucchiai di Parmigiano grattugiato e pepe nero.
Nel frattempo si lessano al dente le fettuccine, si scolano e si versano nel tegame del sugo aggiungendo qualche cucchiaiata di acqua di cottura e alcuni fiocchetti di burro.
Si spadella velocemente e si serve caldissimo nei piatti individuali cospargendo con abbondante tartufo grattugiato al momento.

Questa è proprio la stagione migliore per la raccolta dei nostri tartufi (da novembre a marzo), mentre la qualità di quelli estivi è senz’altro inferiore.
Quando li trovo a prezzi ragionevoli ne compro un certo quantitativo e li ripongo in freezer.
I più grossi li conservo interi sigillati in un vasetto a chiusura ermetica, mentre i più piccoli li grattugio e li unisco al burro ammorbidito ottenendo un panetto da tagliare a scaglie all’occorrenza.

Le promesse vanno mantenute

Avevo promesso che mi sarei fatta perdonare l’insalata di frutta e pesce spada che avevo preparato ieri a pranzo, quindi oggi: pasta col ragù.
Non le penne, come avevo anticipato, ma i vermicelli.
Fa lo stesso però, perché indipendentemente dalla pasta scelta, il ragù di carne, quello tradizionale, profumato e fragrante, il ragù della nonna insomma, schietto e familiare è squisito… e la nonna adesso sono io!

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A casa nostra (fin dai tempi non di mia nonna, ma addirittura della bisnonna Libera*) il ragù di carne si fa rigorosamente in un solo modo, il seguente.

In una capace casseruola dal fondo pesante si mettono a freddo 1 chilo di carni miste (manzo, vitello, maiale) macinate, 1 scatola di pelati tagliati a pezzi, 1 carota, 1 cipolla e 1 gambo di sedano tritati, gli aghi di 1 rametto di rosmarino tagliati sottili con la forbice, 1 foglia di alloro, 1 chiodo di garofano, 100 gr di burro, 1 cucchiaino di sale grosso.
Si porta a bollore, si abbassa la fiamma e si copre a metà con il coperchio, rimestando di tanto in tanto.
Dopo la prima ora si aggiunge 1/2 bicchiere di buon vino rosso e si riprende la cottura, cottura che dura circa 3 ore, a fuoco basso, facendo sobbollire il ragù piano piano, ma regolarmente.

Come diceva mia nonna (ve l’ho già svelato in un’altra occasione) il ragù è pronto quando rimestandolo lo si sente sfrigolare dolcemente attorno alle pareti della casseruola e i grassi sono diventati trasparenti.

*La mia bisnonna materna si chiamava Libera, perché era nata nel 1861, anno in cui fu eletto il Primo Re d’Italia e il nostro Paese fu liberato dal giogo Austriaco.
Era lei la moglie del mugnaio. Ma anche questa è un’altra storia…

Minestra di fagioli con le cotiche

I fagioli con le cotiche sono una tipica ricetta Veneta, una minestra un po’ antiquata, campagnola, che ormai in casa si fa sempre meno e si mangia più spesso in trattoria, un piatto che ha perso la sua connotazione di cibo povero e sostanzioso per trasformarsi in una scelta alimentare alternativa perfino sofisticata.
Diciamocelo francamente: perché questa straordinaria minestra di fagioli sia proprio come si deve occorre un sacco di tempo, che non tutti hanno e ci vogliono anche le cotiche, che non tutti sanno dove procurarsi.
Comunque se qualcuno desidera provare una full immersion nella cucina di mia nonna Virginia, che era una delle figlie del mugnaio… ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo solo della minestra.

La ricetta tradizionale prevede che si mettano a bollire in abbondante acqua 100 gr di cotenne di maiale e una volta ammorbidite si taglino e si mettano da parte.
Intanto si tritano 100 gr di lardo, 1 costa di sedano, 1 carota e 1 cipolla e si fanno rosolare in un tegame di coccio, poi si aggiungono 2 foglie di alloro, 1 di salvia, le cotiche e 300 gr di fagioli borlotti secchi lasciati a mollo per tutta la notte, oppure 600 gr di borlotti freschi sgranati, quando è stagione.
Si sala, si pepa e si aggiunge acqua fino a coprirli completamente. Si fanno cuocere col coperchio, a fuoco dolce, per circa tre ore.

20131120-150347.jpgI fagioli con le cotiche si servono tiepidi con un filo d’olio crudo e abbondante pepe. Per completarli si possono aggiungere 200 gr di pasta corta lessata a parte, ma è superfluo.
Aggirando leggermente la tradizione e cedendo al compromesso di cucinarla in modo un po’ più moderno, anziché con le cotiche si può arricchire di sapore questa eccellente minestra di fagioli con del grasso di prosciutto (quello che i salumieri tolgono col coltello prima di affettarlo) tritato grossolanamente e in questo caso va eliminato il battuto di lardo, mentre il trito di verdure si farà rosolare in 2 cucchiai d’olio, anziché nel lardo.
Vi do l’ultimo suggerimento e poi vi lascio o non avrete il tempo di prepararla per cena: passate a parte delle bruschettine strofinate con l’aglio, con su un po’ d’olio e una macinata di pepe nero per accompagnare degnamente la mia minestra di fagioli con le cotiche.

Non proprio “Risi e bisi”

Dalle nostre parti, nei secoli passati, la polenta e il riso comparivano sulle mense delle famiglie molto più spesso della pasta, a parte quella all’uovo fatta in casa.
Il motivo è ovvio: la territorialità (l’attuale “chilometri 0”) induceva a consumare quello che la zona in cui si abitava offriva più generosamente, quindi a costi inferiori dei cibi importati da altre Regioni.
Per “secoli scorsi” intendo anche gli anni della mia infanzia, quando gli spaghetti si vendevano lunghi, in pacchetti da 1 chilo confezionati con una carta spessa e porosa e i rigatoni addirittura sfusi, da portare a casa in un cartoccio abilmente chiuso a mano ed erano quasi beni di lusso.
Quando ero bambina, il riso quindi appariva in tavola molto più spesso degli altri carboidrati. La polenta si mangiava invece molto raramente, solo con il baccalà, mentre tagliatelle e lasagne erano riservate alla domenica o comunque ai giorni di festa.
Ancora adesso ci sono alcuni ingredienti dei sughi per la pasta che invece automaticamente associo al riso, come le telline, i funghi, gli asparagi e i piselli.
E a proposito di riso, un classico della cucina Veneta sono i “Risi e bisi”, un riso bianco brodoso, condito con piselli e pancetta.
Nella nostra famiglia se ne è sempre fatta invece una prelibata rivisitazione: un morbido risotto mantecato condito con un ricco ragù rosso di piselli che francamente sta bene anche con le tagliatelle, le farfalle o le pipe rigate, però oggi mi pare proprio un giorno da amarcord…

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Quindi, il riso coi piselli di mia nonna si fa così.

Si soffrigge dolcemente, senza che prenda colore, 1 piccola cipolla bianca tritata (insisto sul “bianca”) in olio e burro. Si aggiunge un barattolo di pelati passati al setaccio, 1/2 cucchiaino di sale grosso e 1 cucchiaino raso di zucchero.
Si lascia sobbollire piano per almeno 20 minuti. A questo punto si uniscono 400 gr di piselli freschi (in primavera) o surgelati. Si mescola, si spolverizza di pepe bianco e si sala appena.
Si procede alla cottura a tegame coperto. Il sugo è pronto quando il grasso diventa trasparente e passando il cucchiaio di legno tra lo stresso e le pareti del tegame si sente un inconfondibile sfrigolio.
Mentre il sugo cuoce, si prepara la quantità di riso che occorre. In una casseruola si misura il doppio del suo volume di brodo e si porta a bollore.
Si versa il riso a pioggia, si scuote leggermente e si cuoce coperto finché non raggiunge la consistenza desiderata, senza mai mescolare.
Si manteca con una noce di burro e qualche cucchiaiata di parmigiano grattugiato, si condisce con il sugo di piselli, si mescola delicatamente e si serve cosparso di prezzemolo tritato.

Grazie nonna, è una ricetta da tramandare.

Un piatto dei “soliti” spaghetti, però “speciali”…

Gli spaghetti sono il primo formato di pasta che mi viene in mente quando penso di cucinarla asciutta.
Spesso finisce invece che a seconda del sugo che preparo o che ho in frigorifero o in freezer, scelgo farfalle, rigatoni, penne, tagliatelle e via discorrendo. E gli spaghetti restano lì, in pratica solo per la carbonara, le vongole o la pomarola ed è un peccato.
Oggi quindi ho pensato di cucinarli e condirli con un signor sugo, per mangiarli con una persona speciale.
Ho realizzato che anche la solita pasta, che in dispensa c’è sempre ed è spesso la scelta più scontata, quasi un’abitudine, va valorizzata.

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Ho tritato una piccola cipolla e l’ho fatta appassire in 2 cucchiai di olio con 1 spicchio d’aglio intero e schiacciato, che poi ho eliminato.
Ho aggiunto solo la parte verde di 2 zucchine tagliate a julienne e 300 gr di gamberi sgusciati, mondati e tagliati a tocchetti.
Due però li ho tenuti interi per la decorazione finale del piatto e li ho inseriti delicatamente nel sugo in cottura.
Ho sfumato con del vino bianco e poi aggiunto 2 pomodori ramati a dadini. Ho regolato di sale e pepe, aggiunto 1 pizzico di peperoncino e ultimato la cottura. Ho tolto i 2 gamberi interi dal tegame e li ho tenuti al caldo.
Ho lessato nel frattempo 160 gr di spaghetti, li ho scolati e rovesciati nel sugo. Ho mescolato delicatamente e diviso in due piatti spolverizzando con del prezzemolo tritato.
Ho decorato con il gambero intero e portato in tavola.

Mancava solo il commensale “speciale”…
Quindi ho dato una voce a mio marito e quando si è seduto al suo solito posto, gli ho accarezzato il viso e lui mi ha baciato le dita, anche se odoravano ancora leggermente di aglio e cipolla…

Trofie con ragù di ricciola

A volte succederà anche a voi: certi piatti nascono per caso, per una serie di circostanze fortuite che si sommano alla voglia di provare una ricetta nuova con un ingrediente già conosciuto, ma solitamente cucinato in modo diverso.
L’altro mercoledì al mercato rionale del mio quartiere, sul banco di uno dei due pescivendoli, ho trovato uno splendido trancio di ricciola di circa 250 gr.
La ricciola è un pesce molto pregiato ottimo al forno, alla griglia o in padella, ma con un quantitativo così esiguo, come avrei potuto sfamare le due persone che costituiscono la nostra quotidianità a tavola?
Ma certo, utilizzandola come base di un sugo per la pasta! Quindi tornando verso casa, ho fatto un’altra sosta per procurare zucchine, pomodorini, prezzemolo. Avevo in mente di fare gli gnocchi, ma era tardi e ho ripiegato sulle trofie che avevo in casa.
Ne è uscito un piatto di cui oggi vale la pena di parlare.

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In una larga padella ho fatto imbiondire 1 spicchio d’aglio schiacciato e 1 peperoncino intero in 2 cucchiai di olio, ho tagliato a metà una decina di pomodorini e li ho fatti leggermente appassire.
Ho eliminato l’aglio e il peperoncino, ho privato il trancio di ricciola della pelle e l’ho tagliato grossolanamente a cubetti, l’ho aggiunto ai pomodorini e insaporito con una spruzzata di vino bianco, sale e pepe.
Ho unito anche 2 zucchine tagliate a julienne e cotto tutto per non più di 5-6 minuti a fuoco piuttosto vivace, scuotendo la padella ogni tanto.
Ho lessato le trofie in acqua salata, le ho scolate e fatte saltare nella padella del sugo. Ho completato con una brunoise di pomodoro crudo, un giro d’olio, alcune foglie di basilico spezzettate con le mani e del prezzemolo tritato.

Adoro questi contrasti caldo/freddo e l’abbinamento di consistenze diverse nello stesso piatto.

Lo so, ho detto che l’autunno è la stagione degli arrosti… ma a parte le temperature ancora tanto miti, chi può resistere di fronte a un trancio di ricciola che ti fa tornare in mente il mare e le vacanze? Per fortuna io no!

È tempo di radicchio

Nel Veneto coltiviamo una cicoria dal gradevole, particolare sapore delicatamente amarognolo, molto conosciuta e pregiata.
Si tratta del radicchio rosso, nelle sue varianti: di Treviso, di Chioggia, di Verona e variegato di Castelfranco.
Ognuno ha caratteristiche diverse e viene utilizzato crudo in insalata, ripieno e brasato, o come base di sughi per il riso o la pasta.
Ci sono modi classici per la loro preparazione, ovviamente, ma siccome ho cucinato di recente un condimento sfizioso e veloce per delle mezze penne, è di questo che volevo parlare oggi.
Tutto è partito da una delle mie pizze preferire della quale ho elaborato una rivisitazione in cui si fondono i sapori e le diverse consistenze di prosciutto, burrata e radicchio.

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Ho lessato delle mezze penne e mentre cuocevano ho rosolato in padella alcune fettine di prosciutto San Daniele, più saporito del dolce crudo di Parma, tagliate a listarelle, ho aggiunto il cuore di alcuni radicchi rossi di Verona tritati grossolanamente e ho lasciato insaporire regolando di sale e pepe.
Ho sfilacciato con le mani della burrata freschissima e l’ho sistemata sul fondo dei piatti perché il calore della pasta la potesse poi in parte sciogliere.
Ho condito la pasta con il sugo, l’ho sistemata sul formaggio e completata con alcune foglie di radicchio crudo a listarelle. Ho cosparso il piatto con parmigiano grattugiato e mi sono goduta con grande soddisfazione il contrasto caldo/freddo e morbido/croccante di questo piatto davvero speciale.

Se siete invece irrimediabili tradizionalisti è sufficiente che facciate appassire della cipolla bianca con poco olio, aggiungiate del radicchio rosso a listarelle, lo spruzziate di vino rosso, lo aggiustiate di sale e pepe e una volta cotto condiate la pasta che preferite. Non dimenticate un’abbondante spolverizzata di grana grattugiato.
Io preferisco essere innovativa… però non male nemmeno il primo dei tradizionalisti, eh?!

Quasi un piatto della domenica

Quasi, perché la mia mamma inorridiva quando ci mettevo così poco a preparare un sugo per la pasta, lei che era dell’opinione che se un intingolo non cuoceva minimo due ore, non era neanche da prendere in considerazione. Figurarsi per il pranzo della domenica.
Si sorprendeva sempre nel trovare eccellente la mia pasta condita con sughi che erano pronti nel tempo che ci mettevano se non proprio le tagliatelle, diciamo i rigatoni, a cuocersi.
Quindi quello di cui parliamo oggi è un condimento per la pasta che si prepara senza affannarsi e senza lunghe attese, veloce, saporito, ben bilanciato e adatto anche a un giorno di festa. Perché no?
Sono delle tagliatelle con tonno e piselli (fotografate ahimè prima della spolverizzata di prezzemolo tritato, che invece ci vuole assolutamente) che evitano lo stress e l’ansia da prestazione.

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Si fa imbiondire in 2 cucchiai di olio 1 piccola cipolla tritata. Prima che colorisca troppo si versa nella stessa casseruola 1 scatola di piselli fini scolati, si salano appena e si cuociono aggiungendo qualche cucchiaiata d’acqua o di brodo vegetale in cui è stato sciolto 1 cucchiaino di curry in polvere.
Quando risultano morbidi, si unisce 1 scatoletta media di tonno sgocciolato sminuzzato con la forchetta, di aggiusta di pepe e si fa insaporire.
Fuori dal fuoco si spolverizza col prezzemolo tritato e si condiscono le tagliatelle, oppure il riso pescato. Fate un po’ voi.
Ci sta bene anche un giro di olio crudo dopo che avrete impiattato.

Facile e veloce, no? Potete anche rientrare tardi dalla passeggiata mattutina o dal cinema pomeridiano e preparare in un quarto d’ora una signora pasta.
Buona domenica a tutti.

Penne, melanzane e tonno fresco

Vi dirò la verità: con questa ricetta avrei voluto partecipare al Contest Melanzane di Ostriche, ma non ce l’ho fatta.
Quindi la pubblico oggi, mentre le ricette pervenute in tempo utile sono già al vaglio della “giuria”.
Si tratta di un primo piatto robusto, sapido e appetitoso, decisamente più frutto della mia fantasia culinaria e della voglia di sperimentare che della tradizione regionale o di famiglia.

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Occorre per prima cosa ridurre a cubetti 1-2 melanzane, del peso diciamo di circa 400 gr e friggerli in olio ben caldo con 2 spicchi d’aglio schiacciati, che vanno poi eliminati.
Si scolano con un ragno, si fanno asciugare sulla carta da cucina e si salano.
Nella stessa padella si fanno saltare adesso 400 gr di tonno fresco tagliato a dadini della stessa dimensione di quelli di melanzana. Bastano veramente 2 minuti di cottura.
Si scolano anche questi e si “parcheggiano” con le melanzane, salandoli appena e pepandoli invece abbondantemente.
Si dà una veloce pulita alla padella e ci si fa imbiondire dentro 1 piccola cipolla bianca tritata con un filo d’olio e quando è appassita si aggiungono 400 gr di pomodori, sempre a cubetti.
Si uniscono quindi i dadini di tonno e quelli di melanzana e si fanno scaldare.
Si completa con 6-7 foglie di basilico e altrettante di menta spezzettate a mano e la buccia grattugiata di 1/2 limone.
Si condiscono con questo sugo profumato e stuzzicante delle penne (o se preferite anche dei fusilli o dei sedani).
Si passa a parte della mollica di pane raffermo frullata e tostata con aglio grattugiato, olio, peperoncino secco e prezzemolo tritato, come se fosse parmigiano da spolverizzare su un piatto di penne al ragù.

In questa ricetta ci sono diversi passaggi, ma è decisamente semplice e di sicura riuscita.
In più è molto appetitosa e piena di profumi.

Risotto con il pesce del lago (di Garda)

Racconto nel mio libro che quando ero piccola, la nonna Emma, la mia nonna paterna, abitava a Garda, dove era sfollata in tempo di guerra.
Oltre ai piatti che cito nel libro, c’è una ricetta particolare a base di coregone (o di lavarello) che vale la pena di ricordare, sempre perché non vada perso niente del nostro passato, anche se si tratta semplicemente di specialità culinarie e non di arte o di cultura.
Entrambi i pregiati pesci di lago che ho citato hanno carni delicate che generalmente poco si prestano ad essere cucinati come sughi per il risotto.
Più spesso sulla costa Veronese del lago di Garda vi verrà offerto il risotto con la tinca, pesce che però io trovo abbia un lontano ma fastidioso sentore di fango e sia così pieno di lische che la polpa deve farsi addirittura un giro nel passaverdura a fori piccoli per esserne liberata.
Tuttavia è una vera specialità locale.
Comunque, nella nostra famiglia si prepara già dal secolo scorso (che effetto che fa, eh?) un risottino alternativo delicato e curioso.

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Si fanno soffriggere in 40 gr di burro 2-3 cucchiaiate di classico misto per soffritto tritato finemente, abbondando leggermente con la cipolla rispetto al sedano e alla carota.
Si uniscono 300 gr di filetti di coregone (o di lavarello, se si trova) senza pelle e perfettamente diliscati, si sfuma con 1/2 bicchiere di Lugana, si regola di sale e pepe, si mescola con delicatezza e si copre con 4 tazze di brodo vegetale.
Quando alza il bollore si aggiungono 2 tazze di riso Romeo o Maratelli e 4-5 foglie di salvia tritate. Si gira delicatamente una sola volta, si abbassa la fiamma e si procede alla cottura a pentola coperta senza più mescolare.
Alla fine, fuori dal fuoco si manteca con altri 30 gr di burro e 2 cucchiai di grana giovane grattugiato, si spolverizza di prezzemolo e si serve.

Questo insolito metodo di cottura e la scelta di un riso in genere più adatto alle minestre (e che rilascia quindi più amido dei moderni Carnaroli o Vialone Nano consigliati per i risotti) sono invece assolutamente appropriati per questo delicato risotto di antica memoria e alla gustosa morbidezza dei filetti di coregone o di lavarello.
Ahimè, purtroppo chi vive lontano dai laghi del nord, si perde la possibilità di questo assaggio tradizionale e particolare.
Poco male, sono certa che i ghiotti e i golosi troveranno comunque il modo di consolarsi con le specialità del loro territorio!