Pomodori verdi fritti

Probabilmente i Pomodori verdi fritti più conosciuti sono quelli “alla fermata del treno” del film del ’91 di Jon Avnet, ma io li ho mangiati a Chicago, in transito verso la California.
Per me quindi sono diventati il simbolo dei viaggi intercontinentali, delle attese negli Aeroporti, degli scali forzati prima di raggiungere una meta.
Non so se negli Stati Uniti i Pomodori Verdi Fritti sono considerati un contorno o uno spuntino, ma sono quasi sicura che non possono mancare, insieme all’insalata di patate, ai barbecue in giardino.
Se si fanno a casa non hanno certo lo stesso fascino, ma sono un contorno insolito e divertente e poi si tratta di fritto, quindi non possono che essere squisiti. Personalmente adoro abbinarli alle cotolette, semplici, impanate, adattissime al loro sapore particolare.

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Si sbatte 1 uovo con 50 ml di latte, 1 pizzico di pepe e una spruzzata di Tabasco.
Si tagliano 4 pomodori verdi molto sodi a fette di un centimetro e si immergono nella pastella.
Si sgocciolano leggermente e si impanano con la farina di mais.
Si friggono poche alla volta nel burro spumeggiante.
Si tolgono dal fuoco quando sono dorate e si salano.
Siccome vanno mangiati belli caldi, i pomodori verdi – fritti un po’ per volta – si mettono a mano a mano che sono pronti nel forno a 120°.

Per la panatura io scelgo di utilizzare la farina di mais perché trovo che dia maggior croccantezza, ma la ricetta originale prevede il pangrattato.
A me piacciono molto e friggo allo stesso modo anche i funghi champignon…

Ombretta e la sua torta di pomodori verdi

Sapete? Mi sono talmente divertita ad inventare delle favole per un contest qualche settimana fa, che ne ho scritta un’altra, accompagnata da un’interessante ricetta.
Adesso ve la racconto…

Tanto tempo fa, in un Regno molto lontano, una mattina di buonora il giovane Principe Riccardo era uscito per una battuta di caccia a cavallo del suo fedele destriero.
Attraversata la brughiera punteggiata di erica all’inseguimento di un cervo, entrò in un fitto bosco di castagni e nella foga della caccia non si avvide che gli alberi erano molto fitti, con i rami sporgenti protesi in tutte le direzioni.
In breve una fronda lo colpì in fronte e lo disarcionò facendogli battere violentemente il capo.
Rimase a terra privo di sensi finché Ombretta, una graziosa villanella, non lo trovò riverso a terra e un po’ trascinandolo e un po’ sorreggendolo fra le braccia delicate lo portò nella sua modesta casetta.
Lì lo curò per giorni e quando il principe si riprese, restò folgorato dalla visione della deliziosa fanciulla che lo aveva accudito.
La sua bellezza, la grazia, la generosità nel prodigarsi per farlo guarire, i modi garbati, la voce soave quando cantava, l’avevano incantato, ma soprattutto era stata la sua abilità in cucina a conquistarlo.

20140324-151809.jpgAbituato com’era ai piatti sopraffini adatti ai palati raffinati dei nobili di sangue reale, restò estasiato di fronte ai sapori insoliti e genuini della cucina di Ombretta e anche questo contribuì a rapirgli il cuore.
Il suo piatto preferito era una squisita torta, semplice e rustica, che la giovane preparava coi pomodori verdi del suo piccolo orto, le pere di un vecchio albero e l’uva passa, che conservava appesa nella dispensa.
Per cucinare la torta che Riccardo tanto apprezzava, Ombretta tagliava a fette 3 grossi pomodori verdi e 2 pere, li sistemava su un piatto e li irrorava con il succo di un limone.
Con 1 tazza di zucchero, 1/2 cucchiaino di cannella in polvere, 1/2 cucchiaino di noce moscata grattugiata, 3 cucchiai di farina e 3 cucchiai di fecola di patate (o di maizena) preparava una miscela alla quale aggiungeva 1 tazza di uva passa ammollata nell’acqua calda.
Preparava una sfoglia con farina (250 gr), burro (120 gr), 1 pizzico di sale e qualche cucchiaiata d’acqua. La tirava col mattarello piuttosto sottile e foderava una teglia facendola abbondantemente debordare.
Sistemava al suo interno uno strato di pomodori, qualche cucchiaiata di composto, uno strato di pere, ancora miscela, pomodori e avanti così.
Alla fine ricopriva tutto quasi completamente con la sfoglia, lasciando solo un ampio camino centrale. Poi metteva la torta nel forno a legna di mattoni nel quale cuoceva anche il pane e se avesse avuto un moderno forno elettrico l’avrebbe regolato sui 170 gradi e lasciata cuocere per 50-60 minuti.

20140324-152615.jpgUna mattina arrivò al galoppo un manipolo di dignitari di corte che avendo visto tornare a palazzo il cavallo senza cavaliere, allarmati, lo stavano cercando da giorni, per riportarlo a corte dove il Re suo padre, lo attendeva con ansia.
Lo circondarono, lo coprirono con un sontuoso mantello, lo fecero montare d’urgenza a cavallo e ripartirono di gran carriera.
Il Principe confuso, non ebbe nemmeno il tempo di salutare la sua innamorata.
Tornato alla sfarzosa vita di sempre, il Principe però non riusciva a togliersi dalla mente la bella Ombretta.
Nemmeno i giochi amorosi di corte lo interessavano più.

20140324-153322.jpgManifestò dunque al padre il desiderio di prendere in moglie una fanciulla che non aveva nobili origini ma che lo aveva fin dal primo momento curato e amato teneramente.
Il Re acconsentì e da quel momento decretò che a ogni umile fanciulla, suddita del suo Reame, fosse data la possibilità di sposare un cavaliere, non solo a quelle di nobili origini, come prevedevano il rigido protocollo e le consuetudini dell’epoca.
Furono mandati paggi e servi alla modesta casa della fanciulla che la resero degna di ricevere il Principe.
Quando arrivò, trovandola finalmente vestita e agghindata come la sua bellezza meritava, Riccardo le dichiarò il suo amore e la chiese in sposa.

20140402-231143.jpgFurono annunciate dunque le nozze, i giovani si sposarono e oltre a vivere per sempre felici e contenti, in buona salute e allietati da molti figli, ad ogni anniversario pretesero che il pasticciere di Corte, debitamente istruito, preparasse per loro la Torta di pomodori verdi che li aveva fatti innamorare, di cui Ombretta aveva portato in dote alcune piantine.
E qui ci vuole una morale, vero?!
Potrebbe dunque essere: Perfino un pomodoro acerbo può diventare la chiave per superare le barriere sociali, se è accompagnato dall’amore. Se no è buono solo in insalata.