SAN VALENTINO

A Silva

Per noi questo era un giorno speciale

Ricordi?

Un bacio appena svegli

Uno splendido mazzo di fiori per te

Una cena d’incanto  per  me

Poi ancora una notte abbracciati 

 

Buon San Valentino amore mio.

Lino

Pubblicità

Un viaggio indimenticabile

Da “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)”.

La Polinesia Francese.

Come ho già detto , ormai sono sposata da 40 anni sempre con lo stesso uomo e nella prima metà di questo lungo e felice periodo di convivenza e connivenza, ci eravamo ripromessi di festeggiare le Nozze d’argento con un viaggio in Polinesia.

Ci siamo riusciti nel 1992, un po’ prima di quella importante scadenza, grazie ad una serie di fortunate circostanze legate alla mia professione di allora, che ci hanno consentito di fare un viaggio al di sopra delle nostre aspettative e anche del nostro budget.

Si è trattato di una crociera a 5 Stelle su un veliero altamente tecnologico, il Wind Song (e già il nome faceva sognare, o no?) che partendo da Papetee ci ha portato a Huahiné, Raiatea, Bora Bora e Moorea.
  

I vantaggi : in crociera disfi le valigie una volta sola pur spostandoti ogni giorno. Inoltre ti organizzano escursioni in piroga per raggiungere una piccola isola e risalire il corso di un fiume fra le mangrovie, grigliate con champagne sulla spiaggia più bianca del mondo di un Motu della Barriera Corallina , dove la conchiglia più piccola era grande come una tazza da tè, mezza giornata di osservazione della fauna marina a bordo di una barca dal fondo di vetro, la partecipazione ad un pasto degli squali (e per un attimo  abbiamo anche temuto di essere noi il pasto, ma ci é andata bene) e la visita a  villaggi di coltivatori  di orchidee e di vaniglia nelle isole maggiori, inoltre intensa attività balneare sulle spiagge vicine all’approdo  e water sport tipo banana Boat e parasailing.
Inoltre, tutte le sere cena formale, intrattenimento con bellissime danzatrici di tamurè, incontri con giovani tahitiane che ti insegnavano venticinque modi diversi di indossare il pareo, tutti dimenticati, discoteca ,casinò o piano bar.

Gli svantaggi: da Verona a Tahiti ci sono volute 36 ore di viaggio; a mio marito viene la nausea anche solo guardando l’oblò della lavatrice, le creme solari con indice di protezione 30 fanno giusto ridere e febbraio nel Pacifico Meridionale  è ancora Stagione delle piogge.

Era tale comunque l’entusiasmo per questa fantastica opportunità, che abbiamo superato tutto , anche le difficoltà di riprenderci dal volo charter, di adattarci al rollio della nave, di rassegnarci alla pioggia torrenziale del primo giorno, che ha riempito le piroghe, e al mal di mare sempre in agguato. A bordo,comunque, appoggiate su mensole e tavolinetti c’erano ciotole di pillole contro la nausea da cui servirsi liberamente, per evitare i disagi della navigazione……anche quando si era alla fonda.

A raccontarla così,sembra un inferno, lo so , ma invece è stata veramente una vacanza indimenticabile: pensate solo alla prima parte del racconto.

Per farla breve, le difficoltà climatiche si sono esaurite già il secondo giorno di navigazione, non appena gli alisei hanno sostituito i monsoni e le escursioni giornaliere sulle isole e gli atolli si aprivano su orizzonti inimmaginabili.

I pesci, perfino gli squali, si lasciavano avvicinare con un’indifferenza stupefacente, forse dettata ormai dall’abitudine alla curiosità degli umani.

Le palme si incurvavano con estrema eleganza su spiagge dorate o bianchissime, veramente da sogno. E ti pareva proprio di viverlo in sogno, dai vividi colori abbacinanti della sabbia, dal cielo azzurro e dell’oceano turchese, verde e blu.

  

Sarebbero bastate a nutrirti le sensazioni e le emozioni che solo il clima, la vegetazione e i profumi delle isole sub-tropicali possono regalarti, ma a bordo c’era comunque uno chef Francese molto dotato, versatile e capace.

A mio marito credo che l’impressione di sognare venisse soprattutto dalla quantità , ai limiti del sovradosaggio, di Dramamina che ingurgitava, incoraggiato comunque e assistito dal Medico di bordo, un Inglese ricco di humour che ricordava uno di quegli Ufficiali delle Colonie dell’Impero Britannico del 1800 che si vedono nei film.

E  solo quando si è svegliato, al ritorno, Lino si è reso conto di avere i polpacci e le scapole bruciati dall’esagerata permanenza a pelo d’acqua praticando snorkeling come se quello fosse l’unico scopo della sua vita, che allo scalo di Parigi non avevano caricato i nostri bagagli sull’aereo per Linate e che a Milano pioveva. Proprio come il primo giorno a Tahiti.

Dalla Polinesia ho portato alcune perle nere veramente notevoli, il ricordo di persone deliziose frequentate in un clima molto più rilassato di quello della Fiera dell’Orologeria di Ginevra, bellissimi parei  che uso tutt’ora in casa  per far fronte a certe  afose giornate estive, annodati con grazia ma poca fantasia, o trasformati nel mantello del Conte Dracula  quando voglio divertire mio marito alla fine di una giornata particolarmente pesante di Borsa in flessione .

Ahimè nessuna ricetta , ma se trovate voi da qualche parte i tipici prodotti esotici locali come i leggendari frutti dell’albero del pane o i tuberi di taro, tarna e ufi,  chiamatemi . 

Qualcosa inventeremo.

“Che mangino brioches”

Che Maria Antonietta l’abbia detto o no, poco importa, era per introdurre l’argomento Parigi.

Ditemi, siete stati almeno una volta a Parigi? Sì dai, ne sono sicura. E come lasciarsela scappare? È un mito, un compendio di grandeur, chic, spocchia, sfarzo, storia, arte, moda, musica e grande cucina.

Con la valle della Loira è stata la meta della nostra Luna di miele e forse questo basterebbe a spiegare perché ci torniamo sempre tanto volentieri, sempre molto motivati .

Parigi procura sensazioni e offre occasioni molto varie, tutte da cogliere, che non si scordano facilmente.

In viaggio di nozze ci siamo andati in auto, con un Coupé della Fiat: due ansiosi, emozionati ventenni pieni d’amore e di romantico entusiasmo. Alloggiavamo dalle parti del Bois de Boulogne, in un piccolo, intimo Hotel col garage dove abbiamo lasciato l’auto per muoverci a piedi e in metropolitana. Dormivamo in una stanza minuscola con vista sui tetti e facevamo colazione in camera con café  au lait, croissant caldi e sempre un fiore fresco in un vasetto.

Forse per noi allora questo era il pasto più normale della giornata! Ma lo sapete che abbiamo perfino mangiato più volte nel ristorante vagamente italiano di Charles  Aznavour “La Mamma” per cercare un sapore riconoscibile?!

Quanto abbiamo camminato quel l’aprile del ’69 a Parigi: credo che in una settimana ci siamo fatti almeno 1000 chilometri a piedi! O almeno questa è l’impressione che abbiamo, anche a distanza di più di quarant’anni.

Abbiamo tralasciato le visite più convenzionali ai Musei e ai monumenti muovendoci senza mappe o guide, tuffandosi nella realtà dei diversi quartieri, con i loro aspetti sorprendentemente diversi e affascinanti, per respirare la vera aria di Parigi. Una grande esperienza devo dire.

Alcuni anni dopo, più maturi, più saggi e con un palato più raffinato, ci siamo resi conto di quanto fosse lacunoso da un punto di vista culturale, gastronomico e anche turistico quel nostro primo viaggio e siamo tornati , muniti di cartine, orari dei negozi e dei Musei, indirizzi utili e consigli pratici.

Siamo tornati in aereo, con le Samsonite e la prenotazione all’Hotel di Louvre: posizione eccellente, mobili d’epoca e stanza piccolissima che vibrava ogni volta che passava il Metrò e si affacciava su un trafficatissimo incrocio stradale.

Una sistemazione più lussuosa, ma decisamente meno romantica di quella della prima volta, no? Comunque in questa seconda occasione e nelle successive abbiamo fatto tutto per bene, come ci si aspettava. E anche di più.

Non starò a tediarvi con l’elenco dei Musei e dei monumenti storici  da non perdere, tanto, come si diceva, a Parigi ci siete stati anche voi e quindi sapete di cosa sto parlando, ma sono qui per ricordarvi che per i Francesi il cibo è una faccenda seria e si comportano di conseguenza.

Vi darò dunque alcune dritte perchè quando tornerete nella Ville Lumière possiate adeguatamente rifocillarvi a pranzo, magari al volo con ” le play du Jour”  in un Café o con più soddisfazione a cena in un Bistrot o in una Brasserie, senza commettere gli errori  della nostra prima volta.

  
A Parigi si può mangiare bene quasi ovunque , ma è buona regola ricordare che, come dappertutto, i Ristoranti migliori sono quelli frequentati dai locali.

Come riconoscere i Parigini, vi chiederete. Ma dall’accento, parbleu! E qui ci vogliono orecchio e una parentela adeguata, ma questo ve lo racconto un’altra volta.

I Francesi prendono molto sul serio anche l’aperitivo, quindi prima di ordinare, concedetevi un Pastis o un Kir, meglio forse un Kir Royal e godetevelo mentre consultate il menu, ponderando le scelte con tutta calma e poi aspettando di essere serviti.

Se siete nella zona del Marais, fermatevi a “La Guirlande de Julie” e pranzate sotto i portici di Place des Vosges, se il tempo lo permette. Poi a cena andate nella più antica Brasserie di Parigi, “Bofinger”, dalle parti della Bastiglia, che è anche una delle più belle.

Durante la visita al Louvre, riservate un tavolo all’omonimo Ristorante, anzi a “Le Grand Louvre” , e non so se il nome dipenda dalla mania gallica di grandezza e se esista anche “Le Petit Louvre”, ma non credo.Sia come sia, non mi era mai capitato di trovare un ristorante di questo livello in un Museo.

Nel Quartiere Latino evitate la condiscendente e costosissima cucina della “Tour d’ Argent”, ma sempre sullo stesso Quai, di fronte a Notre Dame, godetevi una parentesi da “Campagne et Provence”. Non resterete delusi né impoveriti.

Sulla Tour Eiffel ho cenato una volta al “Jules Verne”: panorama fantastico, atmosfera soft estremamente elegante, ma è da riservare a un evento particolare, mi capite? 

In zona, i borghesi locali come Guy che abitava in Avenue de Suffren, non lontano dall’École Militaire, mangiano piuttosto al “Bistrot de Breteuil” nell’omonima piazza, che non è proprio vicinissima alla Tour Eiffel, ma offre cibo di buona qualità e piatti inconsueti. Direi che è da provare.

La domenica, quando andate in treno al Marché aux Puches di Saint Ouen, scendendo alla fermata Porte de Glignancourt, non aspettatevi di fare grandi affari. È saggio ricordare infatti che se spesso alcuni venditori non hanno idea del valore di certi oggetti, magari non ce l’avete nemmeno voi, quindi limitatevi    al puro piacere di curiosare. Se ci riuscite.

Poi pranzate da “Luisette” dove i piatti sono accompagnati dal suono di una fisarmonica che infonde un vago senso di malinconia a tutto il locale. È molto pittoresco e fa molto vieux Paris.

Se amate crostacei e molluschi come capesante (ossia conchiglie Saint Jaques), cozze, ostriche e via discorrendo, deviate appena dagli Champs Elysée e da “Sebillon” vi aspettano grandi sorprese a prezzi piuttosto ragionevoli.

Nel Quartiere dell’Opéra e quindi dello shopping più irresistibile, non lasciatevi abbruttire da un vero pranzo o non vi resteranno più energie per continuare il vostro giro di acquisti, anche se la choucoutre genuinamente Alsaziana del “Café Runtz” potrebbe costituire una vera tentazione, piuttosto prevedete una sosta ristoratrice alla “Ferme  St.Hubert”, che con le sue insuperabili fodues rappresenta una piacevole alternativa nella ristorazione parigina.

È ora che la pianti , vero? So che sembro stipendiata dalla Guida Michelin, ma volevo farvi partecipare, come al solito, alle mie scoperte culinarie, stavolta del capoluogo di uno degli otto Dipartimenti dell’Ile-de-France: Paris!

KIR ROYAL

(Per cominciare con stile)

1 parte di Crème de Cassis, 2 parti di Champagne

C’est tout!

VELLUTATA  DI FORMAGGIO

1 litro di brodo di pollo, 80 gr di burro,150 gr di panna , 2 cucchiai di farina, 200 gr di Gruyère,1/2 cucchiaino di paprica dolce, sale e pepe
Preparo un roux con burro e farina, aggiungo il brodo bollente e la panna  e cuocio finché il preparato diventa abbastanza denso da velare il dorso del cucchiaio. Regolo di sale e a questo punto aggiungo il Gruyère a julienne o grattugiato con la paprica. Proseguo la cottura mescolando fino al completo scioglimento del formaggio senza che arrivi mai a bollore.

Servo la vellutata in tegamini di coccio accompagnata dai crostini alle erbe o al tartufo, proprio come fanno a Parigi.

CROSTINI ALLE ERBE

1 confezione di pasta sfoglia rettangolare, 1 tuorlo, 1 spicchio d’aglio,150 gr di Gruyère grattugiato, timo,rosmarino,salvia,prezzemolo,basilico e maggiorana, 20 gr di burro, fleur de sel. 
Frullo insieme tutte le erbe, nelle stesse proporzioni e prelevo circa 2 cucchiai di trito (il resto lo conservo in un vasetto a chiusura ermetica, coperto d’olio, per qualche preparazione futura), aggiungo lo spicchio d’aglio ridotto a crema e il Gruyère (ci stanno bene anche il pecorino o il parmigiano, ma é una scelta molto meno francese) e mescolo.

Stendo la sfoglia e la spennello col tuorlo, poi distribuisco la miscela di erbe e formaggio e la arrotolo aiutandomi con la carta della confezione. La taglio a rondelle spesse circa 1 cm che sistemo sulla placca del forno coperta di stagnola, ben distanziate.

Le spennello di burro fuso e le cospargo di fleur de del (al supermercato lo trovate,tranquilli, anche se il mio l’ho comprato in Costa Azzurra, lo confesso) e le inforno a 200 gradi soltanto per 3, 4 minuti. Mi raccomando non distraetevi!

Con lo stesso procedimento preparo anche dei deliziosi crostini al tartufo, molto sofisticati. Sostituisco semplicemente il composto di erbe e Gruyère con 2 o 3 piccoli tartufi frullati con una puntina di pasta d’acciughe, molto burro e un pizzico di pepe.

FRICASSEA DI VITELLO

  

800 gr di spezzatino di vitello, 1 cipolla, 1 carota, 1 gambo di sedano, 1 spicchio d’aglio, 1 porro, 1 bouquet garni e qualche chiodo di garofano, 1 bicchiere di vino bianco, 1 cucchiaio di farina,200 ml di brodo, 1 confezione di panna da cucina , 2 tuorli, il succo di 1/2 limone, 50 gr di burro, 200 gr di funghi coltivati, 10-12 cipolline , sale ,pepe,noce moscata.

Mi assicuro che i cubetti di carne siano il più possibile delle stesse dimensioni ed eventualmente li rifilo con un coltello ben affilato, poi li sistemo in un tegame con la cipolla intera steccata con i chiodi di garofano, il sedano, il porro e la carota a pezzi. Li copro con il brodo ( che puó essere anche di dado,va bene) e il vino, aggiungo l’aglio e il mazzetto aromatico (bouquet garni) composto di prezzemolo, timo e alloro. Condisco con abbondante pepe bianco.

Porto a bollore, schiumo un paio di volte e cuocio a fuoco moderato col coperchio per circa 1 ora e 1/2. Quando la carne è tenera la tolgo e la tengo al caldo. filtro il brodo, lo rimetto sul fuoco, aggiungo le cipolline sbucciate e i funghetti puliti, che faccio andare ancora per 15 minuti circa (senza coperchio così si restringe un pó ). Aggiusto di sale.

Rimetto la carne nel tegame e la scaldo nuovamente. Intanto batto energicamente i tuorli col succo di limone, la farina, il sale e la noce moscata, aggiungo la panna e verso questa emulsione a filo sulla carne . Mescolo delicatamente e faccio addensare. Infine, fuori dal fuoco incorporo il burro a pezzetti.

La salsa di questi bocconcini delicati ma saporitissimi deve risultare fluida e ben legata.

La prima volta , la fricassea di vitello l’ho assaggiata a casa della Fanou, che l’aveva preparata per il suocero, ma quella proposta nel menù del Bateu Mouche che discende la Senna all’ora di cena mi è parsa molto più gustosa.

Per una variante esotica e vagamente etnica , mi piace servirla con del riso Basmati profumato con succo e buccia di limone,uvette, pinoli e semi di cardamomo .

Cosī magari qualche ospite snob o un nostalgico filo- gollista potranno pensare che si tratti di un piatto originario della Francia Coloniale e gradirlo maggiormente!
 

Il tempo delle mele

Tratto da “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)

“Dreams are my reality” cantava Richard Sounders come colonna sonora di quel “tempo delle mele” che era un periodo ben definito e irripetibile nella vita degli adolescenti. E anche degli adulti.

Oggi praticamente il tempo delle mele non finisce mai.Anche da mio fruttivendolo le trovi tutto l’anno e di tutte le varietà contemporaneamente.

Voi la fate la torta di mele o vi piacciono dolci più sofisticati?. Io abitualmente la faccio di tre tipi e ne saprei fare anche una quarta e una quinta, ma non vorrei parlarne per non sembrare megalomane. Comunque se non ci credete, vi cito queste ultime anche se le faccio veramente di rado: la francesissima Tarte Tatin e la Torta di mele e pane , che mi ha insegnato la mamma di Marco Franceschetti di Cavaion.

E poi ci sarebbero anche le frittelle di mele, le mele al forno,le mele cotte con la buccia di limone e quelle affettate e fatte seccare per le decorazioni natalizie insieme alle fette di arancia .

Insomma con le mele non si finisce mai, vero?

Credo che la mela sia un frutto polifunzionale, il più eclettico che io conosca.Arrivo a capire come Eva non abbia resistito alla tentazione pur essendo una privilegiata mica da ridere,nonostante il matrimonio col primo venuto. Pensate, viveva in Paradiso e non ha saputo farselo bastare.

Personalmente ritengo inoltre la mela un frutto decisamente sexy, per via della buccia lucida e levigata, o a volte deliziosamente ruvidina, la sua forma tondeggiante, senza spigoli,col picciolo che spunta da una piccola depressione, non come quello delle pere che svetta invece un po’ insolente, il suono deciso quando si addenta, quel  rivoletto di succo un po’ asprigno che a volte cola sulle labbra.

La sa lunga al riguardo mio figlio Simone, che fino a che la Gloria non l’ha iniziato al piacere prima sconosciuto di assaggiare altri frutti, si era cibato unicamente di mele, diventando un vero esperto di sapori, consistenze e profumi con una predilezione per le Granny Smith, che oggi ignora.

E sapeste quante altre cose ha imparato a mangiare con gusto ! Ah potenza dell’amore. In questo mi ricorda un po’ il padre. Da lui inoltre ha imparato anche a ballare l’inno Tedesco. Chiedeteglielo se non ci credete.

Il mio famoso marito è un grande estimatore delle mie torte di mele. Ma anche delle mie crostate. E dei miei dolci al cucchiaio. E dei miei semifreddi ad essere onesti. Insomma di tutti i dolci in generale perché è un grandissimo goloso. È lui che ha insegnato alla Lisa come ripulire le pentole del budino .

Prima vi dicevo che generalmente sono tre i tipi di dolci con le mele che faccio più di frequente e la mia favorita è quella più tradizionale, ma la faccio meno spesso delle altre perchè Lino preferisce lo Strudel o la Apple Pie.

È un peccato, perché oltre ad essere molto buona ha il gusto, la semplicità e il profumo delle cose di una volta, quelle che si stanno perdendo, che finiranno col non interessare più a nessuno se non a me , per esempio proprio le torte che si facevano solo d’inverno perché l’unico forno della casa era quello della cucina economica.

Io non me le voglio dimenticare queste cose. Fanno parte della mia, della nostra vita di figli del dopoguerra, intendo la seconda guerra mondiale, nati in famiglie appena agiate, cresciuti in appartamenti dove le camere da letto si riscaldavano con le stufette elettriche, ci si asciugava i capelli in cucina e si faceva economia credo un po’ per principio.

No, sono d’accordo non erano bei tempi, ma sono stati i miei tempi e li tengo nel cuore e nella memoria, pur adorando le novità e i cambiamenti.

Lo sapete, no, che non butto via niente.

Tornando a bomba,due precisazioni: la pasta per lo Strudel la tiro rigorosamente col mattarello fino ad ottenere una sfoglia tonda di almeno 45 cm di diametro, sottilissima ed elastica ,utilizzando un solo uovo, mentre la Apple Pie la faccio proprio come quella di Nonna Papera,sapete, quella che poi mette a raffreddare sul davanzale della cucina per la gioia dell’orso Onofrio. Oh boy!

Certo sono torte decisamente più adatte ad un té pomeridiano , ma se non volete rinunciare al dolce di mele come chiusura di una cena formale , fate dei timballini individuali , che sono molto più eleganti di una torta da affettare in tavola e spolverizzateli di zucchero vanigliato al momento di servirli.

Mai provato?

E allora buttatevi: sarà il vostro personale tim-ballo delle debuttanti!

Torta di mele “old fashion”

  

1 kg di mele Golden,200 gr di farina, 100 più 50 di zucchero, 2 uova intere, 1 bicchiere di latte, 1 bustina di lievito per dolci, 50 gr di uvette, 1 bicchierino di grappa, 1 pizzico di sale.
Sciacquo bene le uvette e le metto a bagno nella grappa tiepida.Sbuccio le mele e le taglio a cubetti. Mescolo insieme la farina , i primi 100 gr di zucchero, le uova leggermente battute, il sale, il latte, il lievito, le uvette con tutta la grappa e il burro che ho fatto sciogliere in forno nella tortiera così è già pronta, mescolo e aggiungo le mele.

Verso il composto nella tortiera, lo livello e spargo sopra il rimanente zucchero. Inforno a 180 gradi per circa un’ora. Non c’è altro, ma è di un buono!!

Apple pie

  

Per la pasta.  : 220 gr di farina,1 cucchiaino da caffè di sale fino, 140 gr di margarina ( potete usare il burro ma peggio per voi) 1 dl circa di acqua molto fredda

Per il ripieno: 6 mele Granny Smith, 150gr di zucchero,2 cucchiai di farina, 30 gr di burro fuso ( non di margarina eh) 1 cucchiaino da té di cannella in polvere.
Preparo la pasta tagliando a pezzetti la margarina ben fredda nella farina, aggiungo il sale e l’acqua, impasto velocemente con la punta delle dita, faccio una palla e la metto in frigo avvolta nella pellicola.

Intanto sbuccio e affetto le mele piuttosto sottili e le mescolo a farina ,zucchero, burro fuso e cannella.

Riprendo la pasta, la divido in due e ne stendo metà col mattarello, la piego in quattro per non romperla mentre la sollevo e la trasferisco nella tortiera imburrata e infarinata, bucherello il fondo e la riempio con il composto di mele. Stendo l’altra metà, piego anche questa in quattro e copro la tortiera premendo bene i bordi per far aderire i due dischi di pasta, taglio l’eccedenza e decoro il bordo con i rebbi di una forchetta.

Questo gesto serve anche a sigillare il ripieno all’interno del guscio di pasta.

Pratico dei tagli asimmetrici sulla superficie per far uscire il vapore durante la cottura e spennello con una miscela di latte e uovo sbattuto.

Inforno a 180 gradi per circa un’ora.

Va servita a fette, tiepida, con una pallina di gelato alla vaniglia. Questa versione si chiama negli U.S.A. ” à la mode”: francesismo americano!

PRANZO A RODEO DRIVE

Silva era una donna eccezionale. E non lo dico perchè ne ero e sono profondamente innamorato ma perché nella sua vita ha fatto moltissime cose , e tutte nel migliore dei modi.

Non parlo dei ruoli  di amica, fidanzata, moglie, amante, mamma, nonna , nei quali ha reso la mia vita completa e bellissima ma nelle attività lavorative delle quali si è occupata. L’ultima è stata la creazione e gestione di un prestigioso negozio nel centro di Verona che con la sua consueta fantasia ha chiamato “Gioielli e Tentazioni” . In breve lo ha trasformato in una delle gioiellerie più chic del centro con vetrine leggendarie per la bellezza  e l’accostamento degli oggetti ,rinomata e frequentata  per la cortesia e gentilezza riservata alla clientela e per il gusto raffinato delle proposte di vendita .Fino al 1999 è stato il suo regno..

  

In questo racconto , la memoria  della sua esperienza commerciale si fonde con i sogni e con la descrizione e il consiglio di acquisto di oggetti particolari,profumi esclusivi,  gioielli  preziosi , tutto sempre tipicamente di Beverly Hills

Senza dimenticare, alla fine ,le solite gustose ricette.

RINGS AND THINGS
(La filiale americana di Gioielli e Tentazioni)

Se a suo tempo avessi aperto una gioielleria anche in America, con tutta probabilità  l’avrei chiamata Rings and things.

Non avrei potuto farlo a Cavaion naturalmente, dove come minimo sarebbe diventata Rin Tin Tin. Perfino l’allora Sindaco Giacomelli confondeva il mio splendido Gioielli e Tentazioni  con Sorrisi e Canzoni.

Se ,in particolare, l’avessi aperto a Rodeo Drive, il nome sarebbe stato quasi certamente Rodeo d’or, che si legge come Rodeo door (cioè “La porta su Rodeo”, sottinteso Drive) e che trovo essere un trade Mark molto intrigante, soprattutto se accompagnato da una porta d’ingresso antica , dall’aspetto insolito e lussuoso,adatta agli standard locali.

Che io sappia, l’unica vera conquista culturale Californiana è poter voltare a destra agli incroci anche col semaforo rosso……non mi viene in mente altro, quindi sono convinta che l’apparizione di un autentico antico portoncino italiano dell’Ottocento, sobriamente blindato all’interno e inserito in una lastra di cristallo anti sfondamento,avrebbe suscitato un certo interesse commerciale, ma soprattutto culturale.

Sarebbe stato inutile andare più indietro nei secoli nella ricerca della porta, tanto mi  sa che in pochi laggiù avrebbero colto la differenza tra Luigi Filippo e Luigi XV.

Secondo me il target di clienti che si dedica regolarmente allo shopping a Beverly Hills e ci abita, o al limite ci viene apposta da Bel Air, avrebbe molto gradito il mix di proposte gioielli/piccolo antiquariato che avevo in mente.

Eh sì, ci ho fantasticato su un bel po’ quasi vent’anni fa, ma siccome ho più immaginazione che coraggio ( leggi : più idee che quattrini per realizzarle) è finita che non ne ho fatto niente.

Eppure come mi sarebbe piaciuto per esempio, proporre anche in America quegli inconfondibili gioielli miniati, che sempre venduto con tanto successo anche ai turisti Americani in visita a Verona , quelle bellissime miniature realizzate a mano su oro che sono tutti pezzi unici.

In questo modo non avrei dovuto temere la concorrenza di Tiffany, Bulgari, Cartier, VanCleef & Arples e Harry Winston. In alternativa ai loro gioielli principeschi , i miei sarebbero stati oggetto di nicchia divertenti ma costosi: un connubio perfetto per i ricconi.

Avrei messo nelle vetrine anche alcuni di quei braccialetti con i charms, rigorosamente Made in Italy, che raccontavano ognuno  una storia diversa, personalizzati per ciascuna cliente, quelli con alcune parti mobili per cui le porte delle casette si aprivano, alle automobiline giravano le ruote, si abbassava il ponte levatoio dei castelli, si muovevano le lancette degli orologi e così via . Ve li ricordate? No? Peccato, perché erano proprio speciali e molto chic.

Accanto ai gioielli ci sarebbero stati bene piccoli oggetti di antiquariato di provenienza italiana o al limite inglese o francese, non di alta epoca, ma di effetto e di impatto immediato: quelli insomma che costituivano le mie “tentazioni”.

Sogni, sogni,sogni: fantasie irrealizzabili, divertimenti privati immaginati tanto per passare il tempo, progettando l’impossibile.

Sono sempre dell’opinione comunque che anche una semplice botteghetta  di bric-à – brac farebbe la sua ottima in America. Posso dirlo con sicurezza perché li ho visti i loro negozi di Antiques, sia in California, che nel New England e persino in Florida.

Ci ho fatto anche qualche acquisto, ma solo perché-  come Oscar Wilde- so resistere a tutto ma non alle tentazioni.

Dunque , questi negozi di anticaglie ( non certo di antichità) espongono alla rinfusa una gran quantità di deliziose cianfrusaglie e siccome in genere hanno l’aria condizionata, se siete accaldati, fatevi un giro all’interno.

Troverete vecchie bandiere,bottoni, cuscini,tortiere,dagherrotipi,bambole di pezza,bicchieri spaiati,gioielli indiani coi turchesi,quinta,originali addobbi per l’albero di Natale,copertine illustrate da Norman Rockwell,piatti commemorativi,scatole di latta,anatre di legno,carpet bag, piccole zagare per il burro, boccali raffiguranti le avventure dei Supereroi, vecchie pubblicità della Coca, riproduzioni della lanterna di Paul Revere,libri di ricette degli anni 60, tre di legno usati e molto di più.

Magari non si tratta proprio di pezzi di antiquariato, ma nella giovane America vengono considerati più che oggetti di modernariato.

Un’altra cosa che trovo irresistibile in America è comprare profumi, perché ne trovo alcuni che non vengono esportati in Europa, quindi, se li comprate anche voi, ve ne andrete in giro spargendo un alone aromatico di essenze assolutamente diverso dalle solite combinazioni, che vi renderà uniche e speciali agli occhi, ma più che altro al naso, di chi incontrerete.

Fino agli anni 80 l’incontrastata egemonia del mercato dei profumi era in mano ai francesi, che ne avevano fatto un grande business internazionale.

E’ stato verso la metà del decennio, al culmine dell’edonismo Reaganiano, che è iniziato il boom della produzione Americana in questo settore della cosmesi.

“Giorgio Of Beverly Hills”  e “Charlie” di Revlon erano già presenti in Italia da un bel po’, ma gli anni 80 sono stati il momento magico di “Beautiful” di Ester Lauder, di “Sun flower” di Elisabeht Arden e perfino di “Sweet honesty” di Avon . E io c’ero!.

Nella  città dei sogni e dei sognatori , percorrendo con un senso di curiosità reverenziale l’equivalente angeleno di Faubourg-St-Honorè o via Montenapoleone, si ha quasi subito la sensazione  di esserci  già stati, di aver già visto tutto, merito forse della Julia Roberts di Pretty Woman.

Lo dico sempre: Los Angeles é una città che mi toglie il fiato e non mi interessa se si tratta di vera emozione o di esagerata concentrazione di monossido di carbonio, la adoro.

Sotto un cielo incredibilmente perfetto, di un azzurro intenso così raro a Los Angeles ( che ricorda un po’ il turchese degli infissi di Santorini per intenderci) , circondata da abbronzature permanenti, seni rifatti e denti incapsulati, passando accanto a limousine e auto fuori serie accostate a marciapiedi, quella prima volta è stato fantastico entrare negli esclusivi negozi di Rodeo Drive per acquistare almeno un profumo.

Ho cominciato nel 1985 da Fred Haiman, con il famoso ” 237″ , che altro non è se non il numero civico della storica boutique (dove adesso però c’è Louisiana Vuitton, che ne ha comprato ,o affittato, lo spazio) e in seguito sono passata al più sofisticato “Touch with love”.

I profumi di Fred adesso si trovano dappertutto, grazie alla grande distribuzione. Per me hanno quindi perso gran parte del loro fascino. Mi piacciono sempre, ma mi divertono meno perché  non sono più così esclusivi.

Quando sono entrata per la prima volta da Bijan, che è considerata la boutique più cara del mondo , mi hanno offerto una Perrier con una fetta di lime. A chi fa acquisti importanti offrono probabilmente dello champagne . Non ci si poteva sbagliare su quale fosse il negozio, perché lì davanti c’era sempre parcheggiata la Bugatti  Veyrondel proprietario Bijan Pakzad. Il suo ” Bijan di Bijan ” con l’inconfondibile tappo bianco che sembra una ciambella mal riuscita, caratteristico più del flacone , è stato per anni  il mio profumo preferito.

“Carolina Herrera” dell’omonima stilista Venezuelana è stata un’altra mia scoperta degli anni 90, ma adesso i suoi profumi li puoi comprare anche online e non vale quindi più la pena di pensarci , perché ormai non sono così speciali come in quegli anni , anche se restano sempre fragranze molto eleganti.

Oggi, senza allontanarsi da Beverly Hills, molti profumi, anche quelli poco conosciuti ma senz’altro notevoli ( e non solo), si possono trovare nel lussuoso The Rodeo Collection per esempio, dove conviene anche pranzare con un bagel al salmone o un classico Club sandwich.

Quando invece si è moderatamente affamati e si vuole avere un trattamento da VIP, si può’ senz’altro scegliere di provare il Ristorante di uno dei grandi Alberghi. A mezzogiorno i prezzi sono ragionevoli, il servizio impeccabile  e i camerieri sono quasi tutti aspiranti attori. Il che  non guasta, da un punto di vista puramente estetico.

Se non volete sforare di troppo il budget, scegliete una di quelle famose  insalate che più o meno sono le stesse in tutti gli States, o un piatto unico  a base di riso, sempre molto abbondante.

Vedrete che il prezzo non supererà quello del calice di Chardonnay o di Chablis che non avete resistito alla tentazione di ordinare. Ma in fondo si era detto “trattamento da VIP”, no?

A noi una volta al ristorante  del Beverly Wilshire hanno dato  addirittura  un tavolo vicino alla vetrata che da sul l’esterno, sul  crocevia di Rodeo Drive con Wilshire Boulevard, probabilmente per  i sacchetti che avevamo con noi venivano tutti dai negozi del Golden Triangle. Ma c’è lo siamo fatto cambiare.

Perché  era al sole o perché l’aria condizionata era troppo alta, non me lo ricordo, ma ci siamo spostati nel patio interno, con i nostri prestigiosi pacchetti è quella riconoscibile aria di borghese eleganza Europea che tanto piace ai Californiani.

Devo dire in tutta onestà che non era niente male neanche lì fuori, con le palme in vaso e i gelsomini tappezzanti , ma mi sono giocata la possibilità di guardare da vicino le Star di passaggio e di farmi vedere da loro. Dovrò tornarci.

Alla fine della giornata della giornata che avrete deciso di dedicare alla conoscenza , o all’approfondimento , di questa zona di L.A. , prima di riprendere la macchina per allontanarvi dal lusso leggendario del quartiere, dove come tutti gli umani , avete fatto più jogging che shopping , ricordatevi di allungare la passeggiata fino all’acciottolato italiano di Two Rodeo, un’aggiunta relativamente recente alla mitica omonima strada.

Questa via ha un’ambientazione che gli Americani insistono a trovare molto Europea, forse perché c’è anche la boutique di Ferre’ .

A me francamente ricorda di più la New Orleans Square di Disneyland . Stessi lampioni.

Dicevo, se l’aver solo guardato le vetrine anziché curiosare all’interno delle leggendarie boutique di Rodeo Drive ( dove si può anche entrare tranquillamente senza obbligo di acquisto un po’ come si fa da noi nei Grandi Magazzini) , vi ha particolarmente affaticato e accaldato, prima di lasciare Two Rodeo, fermatevi da Tiffany.

L’ingresso è libero, i commessi sono tutti eleganti e gentilissimi, troverete veri oggetti di culto in argento a prezzi quasi convenienti e in più tengono l’aria condizionata a palla.

BAGEL AL SALMONE
Ciambelle  kosher per un pranzo veloce

400 gr di farina, 1/4 di litro di latte fresco,50 gr di burro, 1 cubetto di lievito di birra, 1 cucchiaino di sale, 1 cucchiaino di zucchero, 1 uovo intero separato

Per la farcitura : 200 gr di salmone affumicato,200 gr di formaggio fresco,aneto o finocchietto,cipolla tritata,pepe nero macinato, poco succo di limone
Si fa sciogliere il burro nel latte scaldato con lo zucchero, si fa intiepidire e si unisce il lievito sbriciolato. Lo si lascia schiumare leggermente in superficie, quindi si aggiunge l’albume montato a neve. Si unisce gradualmente la farina, poi il sale e si mescola fino ad ottenere un impasto morbido e senza grumi che si lascerà lievitare coperto e al caldo per circa un’ora.

Quando è aumentato due volte di volume, si lavora brevemente e si suddivide in 12 pezzi . Si formano delle palline usando il manico di un cucchiaio di legno si pratica un foro nel mezzo e si allarga facendole ruotare perché assumano l’aspetto di ciambelle.

Si coprono con un tovagliolo e si lasciano lievitare ancora 10/15 minuti.

Si porta a ebollizione abbondante acqua in una pentola capiente , si tuffano poche alla volta e si tolgono dopo 2 minuti con una schiumarola o un ragno.

Si sgocciolano bene e si dispongono su una teglia foderata di carta forno.

Si sbatte il tuorlo con due cucchiai d’acqua e si spennellano.

Si infornano a 180 gradi per 20 minuti e una volta raffreddati, si tagliano a metà e si farciscono con il formaggio fresco (  che può essere Philadelphia, ma anche mascarpone o ricotta ) ,qualche fettina di salmone e si completano con il finocchietto o l’aneto e, se piace, con poca cipolla. Si spolverizza con il pepe e,volendo, si può aggiungere qualche goccia di limone.

Spuntino raffinato e saporito. Molto chic. Decisamente adatto a Beverly Hills.

CREAMED SCALLOPS
Capesante alla panna

12 grosse Capesante, 250 gr di funghi coltivati, 1 piccolo peperone rosso, 2 cipollotti freschi ,1 gambo di sedano, 50 gr di burro, 200 ml di panna da cucina, Tabasco, 1 mazzetto di prezzemolo, sale e pepe bianco, 2 tazze di riso bollito
Si affettano molto finemente i cipollotti e il sedano a cui si sono tolti i filamenti, si taglia a striscioline sottili il peperone privato dei semi, si affettano anche i funghi e si fanno saltare tutte le verdure nel burro.Si prosegue la cottura per una decina di minuti mescolando di tanto in tanto, si condisce con sale e pepe, si aggiungono la panna e poche gocce di Tabasco.

Si lascia sobbollire piano ancora per qualche minuto.

Si lavano e si asciugano le Capesante, si dividono in due in senso  orizzontale  e si fanno insaporire nel tegame con le verdure, per non più di cinque minuti, a fiamma bassa.

Si versa la preparazione sul riso lessato e scolato e si cosparge di prezzemolo.

Gli americani  utilizzano solo le ” noci ” delle Capesante e non cucinano mai il “corallo”.Io pero’ ce lo metto perché per me così è una prelibatezza.

Le Capesante o coquille Saint-Jacques sono dette anche Pettini di mare  .In America quelle pescate nell’Atlantico si chiamano Sea o Bay scallop, mentre quelle del Pacifico pragmaticamente solo Pacific scallop.

CLUB SANDWICH
Il più famoso sandwich d’America 

3 fette di pancarrè tostato da ambo i lati, 4 fette sottili di tacchino arrosto, 2 cucchiai di maionese,3 piccole foglie di lattuga, 4 fette sottili di pomodoro , 4 fette di bacon croccante
Si spalma di maionese una fetta di pane , si copre con la lattuga e ci si mette sopra il tacchino .Si copre con un’altra fetta di pane spalmata di maionese su ambo i lati e si dispongono sopra pomodoro e bacon .Si completa con la terza fetta di pane anche questa spalmata di maionese, ma solo sul lato a contatto con il bacon.Si taglia in quattro diagonalmente ed ogni triangolo si infilza con uno stuzzicadenti decorativo.

Variante della famiglia Avanzi: noi ci mettiamo anche una fetta sottile di formaggio Emmenthal e uniamo alla maionese un cucchiaino di senape tipo Digione e poi lo ripassiamo sulla  piastra o nel tostapane perché si sciolga il formaggio.

Non ditelo agli Americani però,non capirebbero perché abbiamo introdotto questa variante.

Ah, non lasciatevi sfuggire neanche la confidenza sull’utilizzo del corallo delle Capesante, mi raccomando.

COPPAPASTA  E  DINTORNI

Da “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)”

Parafrasando il vecchio detto caro a mia nonna (che era piccolina e molto modesta)  “Altezza è mezza bellezza” si può affermare che ” Coltelo è mezzo fornello” , nel senso che con gli strumenti adatti  è molto più facile ottenere buoni risultati.

Possiedo molti attrezzi per gli usi più svariati e diversi e mi sento di raccomandare di non avere il braccino corto quando si tratta di fare acquisti per la cucina .

Ad esempio, se il coltello è ” giusto” si dimezza la fatica di affettare, sminuzzare, incidere, rifilare, sfilettare e se ben affilato- e deve esserlo- in caso di incidente sul lavoro, la ferita al dito si rimarginerà molto in fretta perché il taglio sarà netto, senza sbavature. Non occorre che questo lo sperimentiate di persona, fidatevi e basta.

Naturalmente in cucina i coltelli non sono tutto. Tralascio volutamente di dilungarmi sui tegami,pentole,padelle,casseruole,pirofile,tortiere e via discorrendo perché ce li avete di sicuro e vi rubo qualche minuto per parlare di quegli accessori  non necessari che magicamente diventano indispensabili quando  si offre una cena non tradizionale.

Siete di quelli che si limitano al menù standard all’italiana: salumi misti,lasagne, arrosto e macedonia? Allora passate oltre perchè quello che sto per scrivere non vi interessa, ma se siete gastronomi curiosi, fantasiosi e con la voglia di stupire, prendete nota e poi fiondatevi in un bel negozio di casalinghi o anche in un grande magazzino ben fornito, fa lo stesso, basta che ci andiate.

Posso sembrare un po’ esagerata ma ho comprato per due volte ad Antibes una ciotola di cristallo ( la prima si era rotta) per servire la zuppa inglese e le sue varianti, a Parigi degli stampi per la bavarese di pomodoro da servire con la burrata,  a Carpi un mortaio col beccuccio, a Montecatini un contenitore multiplo per le spezie, a San Diego una tortiera di porcellana col coperchio  a forma di Cherry Pie, a Monaco di Baviera un barattolo bianco e blu con su scritta l’indicazione del contenuto, ma siccome non so il tedesco, lo uso per il sale grosso.

  

La mia idea di Paradiso è possedere un’infinità di coppapasta di due o tre misure diverse. Una follia, lo so, perché tra l’altro sono difficilissimi da riporre, si ribellano in modo subdolo se cerchi di impilarli e costicchiano pure.Sapeste però come si presentano sui piatti i paté rustici o che so , le pere caramellate col Roquefort , se usate i coppapasta!

Volete sapere qual’è l’alternativa ”  fai da te” più economica? Utilizzare le scatolette usate di tonno sott’olio ( o al naturale se siete a dieta …eh, eh!) aprendole sopra e sotto e lavandole bene , ma attenzione: i bordi delle scatolette del tonno sono terribili, sempre in agguato e provocano dei danni molto seri, quindi é meglio se vi comprate i coppapasta o ve li fate regalare a Natale, ignorando quello che ho detto : era un suggerimento del piffero.

Poi secondo me bisogna avere tante, ma proprio tante  formine piccole da crostatine e tartellette e altrettanti stampini da soufflè non per fare dei veri soufflè, che non riescono mai come dovrebbero , ma per i budini di parmigiano o i timballi i di verdura e soprattutto le quiche, che presentate in mono-porzione, pur avendo le stesse caratteristiche organolettiche, diventano molto chic e non fanno picnic di Pasquetta.

E che dire degli stampini per i biscotti ? Credo di possederne una settantina: solo i soggetti natalizi devono essere almeno 25 e basterebbero appena a realizzare il Calendario dell’ Avvento di gingerbread, se mai volessi farlo.

Infine non possono mancare , in genere nel cassetto subito sotto quello delle posate, la grattugina per la noce moscata, quella appena più grande per le bucce degli agrumi, il rigalimoni per la Key lime pie , gli affetta tartufi ad archetto e a mandolina, la rotella per tagliare la sfoglia a rombi è così via.

Lascio alla vostra fantasia adesso la scelta di altri utili o futili attrezzi da cucina e se volete magari ne riparliamo , così se scopro che mi manca ancora qualcosa e  corro subito ai ripari.

Un’altra cosa che mi sento di consigliare è di mettere insieme tanti bicchieri a stelo di cristallo provenienti, perché no, anche da servizi scompagnati e farne buon uso , perfino in occasione di una cena elegante.

In casa tutti abbiamo dei bei servizi di bicchieri a cui manca qualche pezzo, andato rotto nel tempo, ebbene diamogli un’altra opportunità di rendersi utili mescolandoli ad altri calici, flûte,coppe di champagne , bicchierini da amaro, da rosolio o da aperitivo: si trasformeranno in eleganti contenitori per quegli antipasti che si ispirano un po’ ai finger food o per il cocktail di scampi , o per divertenti dessert a base di crema pasticciera, o per salsine di accompagnamento  destinate a carni o pesce, etc,etc.

Se non avete ereditato vecchi servizi incompleti , se i vostri sono fortunatamente integri e li utilizzate quindi correttamente, se nessuna amica o parente intende separarsi dai suoi rimasugli, tranquilli, ci sono sempre i Mercatini dell’antiquariato, che sono una fonte inesauribile di idee e anche di bellissimi calici spaiati.

Bavarese di pomodoro

1 kg di pomodori da sugo, 200 ml di panna da montare,1/2 bicchiere di latte, 1 uovo  più 1 tuorlo, 2 spicchi d’aglio, 10 gr di gelatina in fogli, 1 cucchiaino di zucchero ,qualche foglia di basilico,sale e pepe, olio EVO.
Faccio imbiondire l’aglio in 4 cucchiai d’olio, lo elimino e aggiungo nel tegame i pomodori che ho spellato, privato dei semi e tritato grossolanamente, aggiusto di sale e pepe, unisco lo zucchero e faccio consumare, ci vorrà una ventina di minuti. Poi lascio intiepidire, frullo,unisco l’uovo, il tuorlo e il latte, frullo nuovamente e rimetto sul fuoco bassissimo per far addensare il composto, mescolando continuamente con la frusta.

Quando ha assunto un aspetto cremoso lo tolgo dal fuoco e incorporo la gelatina ammollata e strizzata. Faccio raffreddare completamente.

Monto la panna, la aggiungo con qualche foglia di basilico al composto di pomodoro, poi lo verso in uno stampo da bavarese col foro centrale.

Faccio rassodare in frigorifero anche per tutta la notte. 

Al momento di servire questa bavarese, immergo lo stampo pochi secondi in acqua calda e la capovolgo sul piatto di portata.

Il foro centrale è adattissimo ad ospitare una bella burrata sfilacciata con le mani, oppure delle ciliegine di mozzarella.

Budini di parmigiano

1/2 litro di latte,2 cucchiai di farina,2 uova intere separate,4 cucchiai colmi di parmigiano grattugiato, 1 generosa grattugiata di noce moscata, 1 pizzico di sale, burro per gli stampi.
Porto il latte ad ebollizione ed intanto aggiunto ai tuorli, mescolando con cura, la farina, il formaggio, la noce moscata è un pizzico di sale, poi poco alla volta anche il latte e rimetto il composto sul fuoco.

Cuocio a fiamma bassissima per cinque minuti, mescolando energicamente. Lascio raffreddare e intanto monto gli albumi a neve che aggiungo a cucchiaiate al composto, senza smontarli.

Riempio fino a 3/4 degli stampini da souffle di porcellana, appena imburrati e inforno a 180 gradi  per una mezz’oretta , poi li sforno e li lascio raffreddare prima di metterli in frigo, non dimenticate che sono dei “budini”.

Volendo proporre un contrasto che trovo interessante,  vi suggerisco di accompagnarli con qualcosa di tiepido come una dadolata di speck rosolato in pochissimo burro o dei funghi trifolati.

Filetto di maiale in crosta

  

600 gr di filetto di maiale, 400 gr di polpa di maiale macinata, 300 gr di funghi champignon, 1 confezione di pasta sfoglia pronta, aglio e rosmarino, olio e burro, sale e pepe, prezzemolo tritato, qualche cucchiaiata di latte.

Metto 1/2 bicchiere di olio, EVO naturalmente, in una casseruola con 2 spicchi d’aglio è un rametto di rosmarino, adagio sopra il filetto intero, che ci deve stare proprio di misura e lo faccio rosolare a fuoco vivo su tutti i lati.Salo e pepo generosamente, abbasso la fiamma, in coperchio e continuò la cottura per altri 15 minuti circa.

Lo tolgo dalla casseruola e lo lascio raffreddare.Intanto faccio trifolare i funghi nel burro con aglio, pepe, sale e prezzemolo.A. Fine cottura unisco il macinato e mescolo bene .

Imburro uno stampo da plum cake, lo fodero di carta da forno anch’essa imburrata, accomoo sul fondo circa 1/3 del l’impasto di funghi e macinato, sopra appoggio il filetto sgocciolato, conservando il sugo e copro con il restante impasto riempendo anche i lati dello stampo. Copro con un foglio di alluminio e inforno a 160 gradi per circa 1 ora.

Lo sformo solo quando si è raffreddato e tengo da parte anche il sugo che si è formato sul fondo dello stampo.

Stendo la sfoglia e ci passo sopra la rotella per tagliare  la pasta a rombi, la allargo delicatamente e ci avvolgo il filetto “bardato” di macinato e funghi.

La appoggio su una teglia coperta di carta da forno imburrata, la spennello con il latte e inforno nuovamente a 180 gradi per mezz’ora:  la sfoglia deve risultare bella dorata.

Sforno, aspetto 5 minuti e intanto unisco i due sughi ottenuti dalla cottura delle carni, li filtro con un colino fine, li scaldo aggiungendo un altro pezzetto di burro e servo a parte in salsiera.

Naturalmente porto in tavola il filetto intero e lo affetto davanti agli ospiti, perché il suo bello è proprio mostrarlo con la delicata e friabile crosta a losanghe intatta.

Tutto ‘sto lavoro-perché è veramente un piatto laborioso, con tanti passaggi e tre diverse cotture- solo per poter utilizzare il famoso strumento che taglia la pasta a losanghe!

Comunque se l’apparecchietto non ce l’avete, potete tagliare la sfoglia a striscioline con la rotellina per i ravioli e incrociarle sul l’arrosto come fate con le crostate.

Se non avete neanche la rotella dentellata, usate un coltello ben affilato.

I vostri coltelli tagliano poco ? Beh allora andate  a farvi  friggere!

Rossetti e Rossini

    Quando ero ragazzina, un anno siamo andati al mare a Pesaro.Le famiglie come la nostra, agiate ma che non potevano permettersi un soggiorno in albergo di un intero mese, a Pasqua o al massimo il Primo Maggio, facevano una … Continua a leggere

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La notte di Natale

Questo non è un articolo di cucina ma l’ultimo brano scritto da Silva nel libro appena iniziato , e rimasto incompiuto, dal titolo ” Dalla  Tavola al Tablet (una storia vera per nostalgici e golosi di mezza età )” 

Si intitola  “buseta  e boton”.

Buseta  e boton sono le parole veronesi che identificano l’asola e il bottone, e vengono usate per esaltare due persone che stanno sempre insieme in una unione ideale, continua ,complice, indispensabile.

Silva scrive dell’amicizia, quella profonda , duratura,  dei valori che la contraddistinguono , di come negli anni rimanga intatta , fresca e spontanea . 

Scrive  poi  dell’amore tra due persone, del vero amore, quello che dura una vita e che ti da ogni giorno la voglia di vivere. Scrive del suo miglior amico  , di noi e del nostro amore.

E’ la notte di Natale  e io voglio dedicare  questo suo ultimo brano  a tutte le  sue amiche del blog e a tutti gli altri amici  che lo leggeranno e che hanno, o avranno,  la fortuna di avere una vita di coppia  , con l’augurio di raggiungere lo stesso grado di felicità  , di valori, di empatia ,complicità e  di amore che abbiamo avuto noi.

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Silva racconta:

“Non ho mai avuto una vera amica del cuore, di quelle con cui andare per mano alla toilette, condividere la passione per lo stesso irraggiungibile ragazzo, scambiare gli abiti e le confidenze più intime.

Ho avuto molte buone amiche, ma nessuna ” migliore amica”.

Col passare degli anni ho frequentato, come la maggior parte di voi ritengo, ambienti diversi e gruppi eterogenei di persone,per necessità , per scelta, per convenienza, in vacanza, in palestra o sul posto di lavoro, conoscenze a volte maturate davanti alle scuole dei figli, durante una cena a casa di amici, nel corso di un avvenimento o di  un evento, mentre facevo un viaggio. Ma c’è  una grande differenza fra amicizia e conoscenza, come  tra relazione e frequentazione.

Amo la gente, mi piace conoscerla ed entrare in confidenza,ma l’amicizia è un’altra cosa . Molti dei nostri più cari amici, quelli di vecchissima data, sono compagni di squadra di calcio o ex avversari  di mio marito e questo dimostra come lo spogliatoio e in generale lo sport facciano da collante fra le persone.

Anche in Valtur partecipare ai corsi e tornei sportivi creava un legame particolare fra gli ospiti, che spesso    si trasformava in amicizia, tanto da indurli anno dopo anno a scegliere lo stesso Villaggio per le vacanze successive e continuare a vedersi anche una volta rientrati nelle rispettive città di provenienza. L’abbiamo fatto anche noi.

Personalmente ritengo che la vera amicizia sia quando, anche dopo anni che non ci si vede,  non c’è imbarazzo, non c’è ricerca delle cose da dire, i discorsi fluiscono con naturalezza come se l’ultima chiacchierata l’avessimo fatta solo due giorni fa.

Agli amici ci si rivolge per un consiglio, un aiuto, la condivisione di qualcosa che ti è accaduto, la voglia di un abbraccio, uno scambio di battute, per verificare, per spartire, per donare e per ricevere.

Un amico è un supporto, un rifugio, il bisogno di ridere insieme o di sperimentare la commozione, la voglia di cercare sempre qualcosa che ci accomuna.

Mio marito è finito negli anni col diventare il mio migliore amico.

Siamo stati compagni di scuola alle Superiori e dopo un avvio un po ‘ macchinoso, siamo riusciti a far funzionare il nostro rapporto in modo invidiabile.

Insieme ne abbiamo passate tante e il nostro legame ne è uscito non solo indenne ma rafforzato.

Un rapporto importante è come il Tai Chi, che richiede concentrazione, rigore, fluidità , coinvolgimento, sintonia, attenzione e consapevolezza.

In alcune circostanze della nostra vita di coppia siamo stati soci oltre che coniugi, e non mi riferisco solo a quando mio marito si occupava dell’aspetto finanziario del nostro negozio.

Ci siamo sempre rimboccati le maniche  e dati da fare per superare ostacoli, affrontare un dolore, operare le scelte giuste riguardo il futuro, in molte circostanze supportandoci  a vicenda e a volte anche sopportandoci.

Ho amiche che da quando i mariti hanno raggiunto l’agognata età della pensione, si sono create gli hobby più variegati e stravaganti pur di non restare in casa con loro, all’insegna del motto: “ti ho sposato nel bene e nel male ma non per averti a pranzo a casa tutti i giorni”

Comunque so anche di uomini in pensione che si sono cercati delle alternative professionali, a volte perfino scarsamente retribuite o sport da praticare da soli, per gli stessi motivi.

Certo è molto triste aver passato la maggior parte della vita in compagnia di qualcuno che non ti interessa avere vicino….

Ci capita spesso al ristorante di essere seduti al tavolo accanto a quello di un’altra coppia che non ha proprio niente da dirsi. Consultano il menù , ordinano, assaggiano il vino e danno l’impressione di parlare più volentieri col cameriere che fra loro.

Sono situazioni che mettono un po’  di malinconia, vero? A noi per fortuna non succede mai. Più passa il tempo più ho l’impressione che ci siano sempre altre cose da dire, problemi da sviscerare, decisioni da prendere insieme.

Anche appena svegli al mattino cominciamo a parlare di piccole cose quotidiane, di figli, nipote, gatti, sogni appena fatti, sogni da concretizzare. E la notte ci addormentiamo come i cucchiai nel cassetto delle posate.

Quest’anno abbiamo festeggiato  già quarantasei anni di matrimonio.Sono passati in fretta, con le inevitabili difficoltà  delle salite che affrontano tutti quelli che hanno voluto la bicicletta…ma a differenza di altri, ecco, il nostro per fortuna è un tandem.

Abbiamo condiviso la casa, spesso il parrucchiere, il conto in banca, i mutui, le gioie, l’orgoglio e le preoccupazioni  per i figli, l’amore per nostro nipote, la tenerezza per gli animali che hanno fatto parte della nostra famiglia, l’attenzione  per le persone care, i restauri e i traslochi, il calcio giocato e seguito,il piacere del cibo , dei viaggi, della vita, la reciproca ansiosa attenzione verso i nostri rispettivi malanni.

A volte ho persino l’impressione che stiano finendo col piacerci le stesse cose, che i nostri interessi, partiti da direzioni tanto lontane, stiano convergendo e che le differenze relative  ai nostri gusti personali stiano attenuandosi.

Sono stata la prima a prendere lezioni di golf, ma mentre io l’ho subito abbandonato, prima ancora che  si trasformasse in un hobby, per mio marito è diventata un’evasione in mezzo al verde, più che un esercizio fisico, che lo appaga per tutto il resto della settimana.

Lo pratica da molti anni con un compagno che come lui, non ha bisogno di misurarsi nelle gare per divertirsi, quindi le loro performance sono diventati incontri del terzo tipo con lepri e fagiani, un bird  watching occasionale, lunghe passeggiate a seguito del” pic e pac” di rigore con la paletta, discorrendo di chissà che cosa. Hanno sempre qualcosa da raccontarsi. Saranno cose da uomini.

Sono sempre stata una lettrice insaziabile , una vera divoratrice di romanzi. A volte arrivo anche a leggerne due contemporaneamente. Se quello che ho iniziato non è abbastanza interessante, smetto di leggerlo per un po’, né iniziò un altro e poi lo riprendo di tanto in tanto (perché non sia mai che lasci un libro a metà ) così distrarmi  con la lettura di quello più appassionante mi aiuta ad arrivare  alla fine di entrambi.

Da ragazzo mio marito leggeva veramente pochissimo ( e questo è un eufemismo). Divorava due quotidiani, un settimanale sportivo, un mensile  di viaggi e occasionalmente uno di automobilismo è un po’  più  avanti anche più di un giornale finanziario, ma non  sceglieva mai un romanzo. Lo prendevo in giro dicendogli che se mai un libraio gli avesse offerto un libro, avrebbe risposto: “No grazie, ne ho già uno.”

Da qualche anno invece si è divorato tutto quello che ha trovato nelle nostre librerie e aspetta con ansia che io finisca il romanzo che sto leggendo per appropriarsene, quando non è lui che compra e sfoglia per primo un libro dei ” nostri” autori preferiti. Perché  ci piacciono  anche gli stessi romanzi, ormai.

Ma non lasciatevi  trarre in inganno da questa nostra specie di simbiosi. Come i francesi anche noi siamo per il motto “Vive la difference “!

……………………………..

Buon Natale, amore mio

Lino

L’AUSTERITY

Da “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)”

Chi c’era se lo ricorda: gli anni ’70 sono stati anni di trasgressione e libertà, dei jeans a campana, delle Brigate Rosse, del Watergate, il referendum sul divorzio, il terremoto del Friuli, l’elezione di Giovanni Paolo II, la Disco Music, gli anni di piombo durante i quali si indossavano i Ray Ban e ci si vestiva come gli Inti Illimani, anni che hanno decretato l’inizio della crisi energetica.

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E mentre gli americani finalmente si ritiravano  dal Vietnam, noi Italiani circolavamo a targhe alterne e la domenica andavamo a piedi.

L’inflazione galoppava come un purosangue ad Ascot, al ritmo della colonna sonora di Happy Days e l’aumento del prezzo del petrolio deciso dall’OPEC ebbe come risultato il razionamento del carburante.

Mi  sa che ne’ Lino ne’ io saremo mai ricordati  per la nostra tempestività . Proprio nell’estate del ’79 decidemmo di passare le vacanze in Sicilia: l’avremmo raggiunta con la nostra Golf Diesel.

Ancora non so come sono riuscita , presentandomi in “500 L”, a farmi riempire dai benzinai di quattro diversi distributori della Z.A.I. quattro taniche di gasolio razionato.

Probabilmente un po’ pietendo è un po’ civettando.

Al momento della partenza abbiamo stivato le taniche nel bagagliaio con sopra qualche borsone. Tra la nonna e Simone, sul sedile posteriore, ci abbiamo fatto stare una valigia morbida, un’altra sotto i suoi piedini  è una terza più piccola sul tappetino davanti a me, su cui appoggiavo i polpacci.

Siamo partiti la sera, dopo una cena anticipata e veloce, per poter viaggiare con il fresco della notte- mica c’era il climatizzatore sulla nostra Golf allora!- e arrivare in mattinata a Villa San Giovanni, dove ci saremmo imbarcati sul “ferri botte” per Messina.

A causa della mancanza di carburante, i distributori erano chiusi perfino in Autostrada e nelle Aree di servizio c’erano lunghe file di TIR in attesa dei probabili rifornimenti alle pompe del mattino successivo. Durante la notte abbiamo rabboccato il serbatoio un paio di volte ai margini di queste Aree, dove c’era un po’ di luce, terrorizzati di svegliare i camionisti, essere scoperti e venire come minimo insultati, se non rapinati del nostro gasolio.

Siamo comunque miracolosamente arrivati a destinazione senza essere tamponati – col rischio di esplodere a causa delle taniche nel bagagliaio. – ne’ malmenati da nerboruti ed esasperati  autotrasportatori.

Era l’anno in cui Gloria Gaynor cantava “I will survive” e mi sa che faceva parte del coro anche il nostro Angelo Custode!

A Giardini Naxos il Dott. Armando Sicoli, un mio collega Collaboratore Scientifico di Messina, ci aveva trovato in affitto un appartamento fronte mare, con un balcone da cui si godeva di una vista mozzafiato su Taormina, Castel Mola e il lido “La Romantica” ,  regno del bagnino Salvatore: indigeno bruno, ricciuto, muscoloso, abbronzatissimo e galante. L’abbiamo rivisto di sfuggita nel ’94, ancora atteggiato a Signore della Spiaggia, ingrigito ma riconoscibilissimo.

Il proprietario del nostro appartamento -cieco pensate, non orbo, ma proprio cieco- possedeva anche un ristorante con un piccolo dehors di fronte alla spiaggia e cucinava personalmente e divinamente arancini di riso, caponata di melanzane, spaghetti con la mollica, sarde a beccafico, spado in salmoriglio, braciolette di tonno e anche la pizza.

Quell’anno abbiamo visitato gran parte della Sicilia Orientale, siamo saliti sull’Etna, ammirato a Siracusa la Fonte Aretusa e le Latomie, fatto escursioni nei vari “Aci” lungo la costa, passeggiato per Taormina, comprato litri di vino di mandorle e rischiato la dipendenza dalle granite di gelso di Lettojanni, dove c’erano il Ciccio e la Graziella, che già allora ci sembravano dei temerari perché avevano il camper. O forse a quell’epoca la roulotte, ma per noi erano comunque scelte di vacanza assolutamente azzardate e avventurose.

Per quanto riguarda i dolci conoscevamo già i pasticcini di mandorle e canditi, la frutta martorana, la cassata e i cannoli, ma durante quella vacanza abbiamo scoperto e assaggiato con grandissima soddisfazione la Pignolata , il Bianco  mangiare , la torta Gianduja con le nocciole e il Gelu i muluni

Si, c’era l’Austerity, ma pareva che la Sicilia ne fosse immune, mentre l’omertà era presente un po’ ovunque. Un giorno avevamo programmato di visitare le Gole dell’Alcantara, ma probabilmente ad un certo punto dobbiamo aver sbagliato strada perchè ci siamo ritrovati in un piccolissimo agglomerato di case e ovili dove abbiamo chiesto ad un tale di età indefinibile, in gilè nero e coppola regolamentare (non posso dire se stesse suonando anche uno schiacciapensieri ma potrebbe essere) se quella era la strada giusta, ma la risposta è stata semplicemente uno schiocco delle labbra accompagnato da uno scatto del mento verso l’alto. E non gli abbiamo cavato altro.

Alla fine le abbiamo raggiunte comunque le Gole, anche senza le indicazioni dei locali, ma solo perché io sono una medium.

Anzi no, ero una medium….adesso sono una extra large.

BRACIOLETTE DI TONNO

400 gr di tonno a fettine, 50 gr pecorino grattugiato, 150 gr di pangrattato, 1 cucchiaio di capperi sotto sale,1 ciuffo di prezzemolo, 1 cucchiaino di origano secco, 2 alici sotto sale, 1 cucchiaio di pinoli, 1 cucchiaio di uvette, olio,sale e pepe.
Mescolo insieme in una ciotola il pangrattato ( tenendone da parte un paio di cucchiaiate), il prezzemolo tritato, le alici e i capperi dissalati e tritati, il formaggio, i pinoli, le uvette ammollate in acqua tiepida e l’origano.

Aggiungo l’olio e distribuisco questo composto sulle fettine di tonno ben battute, le arrotolo come degli involtini,  le fermo con gli stuzzicadenti e le accomodo sul fondo di una pirofila leggermente unta.

Salo appena,condisco con abbondante pepe,cospargo col pangrattato e irroro d’olio.Inforno a 200 gradi per 10-12 minuti.

SUGO ALLA MOLLICA

75 gr di pangrattato,2 dl abbondanti di olio,10-12 filetti di alici sott’olio, 2 spicchi di aglio, 1 peperoncino piccante intero.
Prima di tutto faccio tostare il pane in un largo tegame perché si asciughi bene e lo metto da parte.

Nello stesso tegame verso l’olio, aggiungo l’aglio schiacciato e il peperoncino. Li faccio imbiondire e poi fumare appena, li tolgo e aggiungo le alici sgocciolate e ridotte a crema. Mescolo brevemente, aggiungo il pangrattato e condisco della pasta scolata al dente.

GELU I MULUNI

1 kg di polpa d’anguria privata dei semi, 200 gr di zucchero, 100 gr di maizena, 2 cucchiai di acqua di fiori  d’arancio.
Frullo la polpa d’anguria ( U muluni appunto)  e la verso in un tegame con lo zucchero, la maizena e l’acqua di fiori d’arancio.

Faccio addensare questo composto a fuoco basso, rigirandolo con un mestolo di legno attenta a non farlo attaccare, per una quindicina di minuti.

Lo verso poi in stampini da creme caramel e li faccio raffreddare in frigo.

Quando sforno questi freschissimi semifreddi sui piattini da dessert, mi piace decorarli con alcune di quelle gocce di cioccolato fondente che assomigliano ai semini di anguria.

Pennino

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Il sapore dei ricordi

da “I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)”

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Un po’ come le briciole che riportarono a casa Pollicino,soprattutto quando organizzo una cena,chiamiamola formale, i miei piatti sono un susseguirsi di ingredienti e sapori che danno loro un carattere,un senso,un gusto particolare e riconoscibile che in un certo qual modo cerca di condurti da qualche parte: verso un angolo della memoria, tipo un giardino di Sorrento che profuma di zagare e limoni, una terrazza sul mare in Costa Azzurra che odora di erbe Provenzali, un Taco Bell in California con l’aroma pungente di Chipote, da Giggi Er Sozzone al Testaccio dove la cucina è vicina alla toilette….ma qui passerei oltre. In generale, sono tutti ricordi ed emozioni che si possono mettere in tavola.
C’è chi le chiama cene a tema, ma io non sarei tanto generica e qualunquista. Insomma non è che a settembre mi metto in mente di fare dei funghi la colonna sonora prevedibile e scontata di un menù a base di ovoli,porcini,finferli e chiodini.
Si può fare,certo,e sarebbe senz’altro tutto squisito…. ma che noia! La mia amica Melina avrebbe detto di sicuro: “Mi scoccio!” dovendo cucinare cose così banali.Tanto vale fare una gita sulle Dolomiti,dove i funghi li fanno benissimo dappertutto e risparmiarsi la fatica.
Insomma quello che voglio dire è che mi piace – e vorrei che finisse col piacere anche a voi, così ne possiamo parlare quando avrò un blog – lavorare intorno a un’idea e svilupparla con fantasia.
Dunque,il tema di una cena di settembre non saranno i funghi e morta lì,ma una gustosa rievocazione di una gita al lago di Carezza,di una passeggiata in pineta a Folgaria,della vista delle Tre Cime di Lavaredo.Capito cosa intendo?
Quindi comincerei col servire un’insalatina di porcini e mele,seguita da maltagliati con pinoli e formaggio di malga,involtini di maiale al ginepro e un gelato alla nocciola con del miele di castagno. Che ne dite?
Adesso non è che per forza vi dovete intestardire su ricette dell’Alto Adige, ma era solo un’idea per mettere in tavola il sapore di un ricordo e condividerlo.
E poiché i ricordi sono come le ciliegie e uno tira l’altro, mi è venuta in mente un’esperienza piuttosto recente vissuta proprio in Trentino.
La regina Vittoria, sovrana molto illuminata, con grande liberalità diceva che “Ognuno può fare quello che vuole, basta che non lo faccia per strada e non spaventi i cavalli”.
Trovo che sia un grande pensiero, di cui avrebbe dovuto tener conto un certo ristoratore, con velleità alberghiere, al quale una Stella Michelin e un trofeo televisivo hanno un po’ dato alla testa,tanto da indurlo ad aprire un Hotel che credo sia il Relais più kitsch delle Tre Venezie ,nonostante le sue 5 Stelle Lusso.
Si tratta di un piccolo Albergo a ridosso di un bellissimo bosco,che vanta lussuosissime suite sontuosamente arredate,ricche di incredibili optional,tipo soffitti di cristallo che ti consentono di guardare le stelle,ampia zona Jacuzzi,biblioteca ben fornita e raccolta di film e CD notevole,oltre a proporre una squisita cena gourmet servita in camera e un massaggio con oli essenziali da eseguire a lume di candela,inclusi nel pacchetto.
Detto così sembra suggestivo vero? Ci avevamo creduto anche noi quando l’abbiamo prenotato l’anno scorso a fine Agosto,dopo che da un pezzo davo il tormento a mio marito per indurlo a passare un weekend in Trentino.
Quando ci siamo decisi,abbiamo scelto la Val di Non un po’ perché è vicina e un po’ perché ci intrigava quello che avevamo letto di questo Hotel.
In realtà la vantata Villa e il Ristorante sorgono in una viuzza decentrata, accanto a piccoli condomini di appartamenti da affittare e casette a due piani decorate col bucato steso ad asciugare, con biciclette e altri giochi per bambini abbandonati in giardinetti mal tenuti. Un quartiere modesto,poco in linea con la ricerca del lusso e raffinatezza inseguita dai proprietari dell’hotel
Il “benessere” era affidato ad un estetista molto dolce ma un po’ improvvisato e mentre Lino si godeva lo splendido Golf Club Dolomiti,per il mio massaggio, anziché rilassarci in camera, sono dovuta scendere in accappatoio al Centro estetico del sotterraneo, dove faceva anche freddino.
Il menù del famoso Ristorante il giorno successivo si è rivelato privo di grandi possibilità di scelta per noi, che avendo goduto la sera precedente della luculliana degustazione compresa nella proposta “Romantica”, in pratica avevamo già assaggiato tutti i piatti più significativi durante una cena servita nella suite e durata un po’ troppo a causa della lentezza del servizio.Abbiamo scelto comunque due proposte abbastanza interessanti, ma non certo indimenticabili ,che ci sono state servite con sussiego e una certa diffidenza dall’arcigna madre del già citato chef, mentre i vini ci venivano consigliati dal gemello sommelier.
Non ho niente contro le conduzioni familiari ,anzi a volte sono proprio vincenti , ma le preferisco meno pretenziose e decisamente meno salate di quella, a mio avviso sopravvalutata, dell’Orso Grigio (Villa e Ristorante). Peccato però , perché le intenzioni erano buone, ma mancava forse quel pizzico di classe, di esperienza e di eleganza che avrebbero fatto la differenza.

INSALATINA DI PORCINI E MELE

300gr di funghi porcini- 2 mele Granny Smith,1 cipollotto,1 gambo di sedano,aglio e prezzemolo,1/2 bicchiere di latte,succo di limone,olio,sale e pepe.

Pulisco benissimo i funghi porcini- che ho scelto con cura dal Mariano- e li affetto. Poi affetto anche il cipollotto e lo metto a bagno nel latte.
Intanto trito insieme il prezzemolo ,il sedano e l’aglio(io ne metto appena una scaglietta, ma se ne può utilizzare anche mezzo spicchio : va a gusti.)
Lavo e sbuccio le mele, le affetto sottili sottili e le spruzzo con il succo del limone perché non anneriscano.
Poi comincio ad assemblare l’insalata ,direttamente nei piatti individuali così non c’è da mescolare e non si corre il rischio di frantumare sia i funghi che le mele.
Dunque, faccio uno strato di fettine di mela, sopra appoggio qualche rondellina di cipollotto scolato dal latte e tamponato con la carta da cucina e sopra ancora distribuisco i porcini.Preparo una citronette classica ma non troppo acida e la miscelo al composto di aglio,sedano e prezzemolo.
Condisco con questa salsina le insalatine e le servo come antipastino….Ma che carino!

INVOLTINI AL GINEPRO

12 fettine sottili di lonza di maiale,150 gr di polpa di maiale macinata, 1 salsiccia, 100 gr di prosciutto cotto a cubetti, bacche di ginepro, 1 rametto di rosmarino, qualche foglia di salvia,olio e burro,sale e pepe, poca farina, 1 bicchierino di gin.

Pesto nel mortaio qualche bacca di ginepro, diciamo 5 o 6 e le mescolo agli aghi di rosmarino tritati,poi unisco il macinato, la salsiccia spellata e i cubetti di prosciutto.
Suddivido questo composto sulle fettine di lonza,le chiudo a involtino e le fermo con uno stuzzicadenti.
Le infarino leggermente ,poi le cuocio in olio e burro con la salvia.
Verso la fine della cottura le spruzzo con il gin e lo lascio evaporare.
Prima di portarle in tavola ,elimino gli stuzzicadenti.

Se non siete patiti del Cocktail Martini, non state a fare spese in più. Se in casa non avete il Gin,usate pure della buona grappa:vengono bene comunque ed hanno una rustica ed apprezzabile aria montanara.

Pennino

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