Patate “con la crosticina” e Nodini di vitello in tegame

20141010-014348.jpgApparentemente la ricetta di oggi è banale, ma in realtà è solo collaudata e rassicurante. Soprattutto familiare.
Quando lesso le patate ne faccio sempre un paio in più per poi cucinarle “con la crosticina” tagliate a rondelle sottili e ripassate in padella.
Storcete pure il naso ma il risultato migliore si ha con la margarina.
Per 2 patate se ne fa sciogliere 1/2 panetto in una padella grande e ci si accomodano dentro le fettine di patate lesse in un unico strato.
Si alza la fiamma e quando sono dorate dal lato a contatto con il grasso si rigirano una per una con l’aiuto di una spatola o della pinza.
La crosticina per cui sono famose è assicurata. Si scolano sulla carta da cucina e si salano. Vedrete che nella padella sarà rimasta la stessa quantità di grasso che è stata messa all’inizio, cosa che non sarebbe successa con il burro.
Infatti se si friggono con una quantità abbondante di margarina, le patate non la assorbono ma si rosolano perfettamente.
Come dicevo, vanno salate a fine cottura, dopo che sono state tolte dalla padella e sono il contorno ideale per questi nodini di vitello cotti in tegame.
Nodini che sembrerebbero altrettanto banali ma nascondono anche loro un piccolo segreto: prima della cottura in padella con burro, aglio e salvia, si fanno marinare per 8/12 ore in una miscela di Whiskey (se possibile Bourbon per rispettare la ricetta originale), miele, aglio a fettine, sale e pepe. Poi si scolano e si cuociono.
L’abbinamento è insolito e fantastico, appena avvertibile, ma molto ghiotto.

Marinare la carne per un periodo che corrisponde in pratica a tutta una notte permette agli ingredienti scelti per insaporirla di penetrare nelle fibre e ai loro profumi di rivelarsi al momento della cotture in tegame o ai ferri.

La Three Berry Pie

20140618-005119.jpgSecondo me la strada più suggestiva di tutta la Costa Occidentale degli Stati Uniti è la Pacific Coast Highway, conosciuta come Route 1.
Questo tratto di costa, che serpeggia a sud di Carmel, offre molti punti panoramici dove fermarsi per fotografare le foche e i leoni marini che sonnecchiano sugli stretti arenili e le divertentissime lontre che popolano questo litorale e nuotano sul dorso fra le onde, grattandosi di tanto in tanto il pancino.
Qui le verdi colline erbose si trasformano di botto in aspri scogli a strapiombo sul mare e non è raro scorgere gli spruzzi delle balene che migrano verso la Baja California.
Nella cittadina di Big Sur c’è un ristorante storico e per gli standard Statunitensi addirittura antico: il Nepenthe, che da oltre 60 anni delizia i viaggiatori con ottimo cibo e vini pregiati in un’atmosfera indimenticabile.
La costruzione, con le sue splendide travi a vista e il camino al centro della sala, è situata su una scogliera a picco sul Pacifico (vi lascio immaginare il panorama che si gode dai tavoli in veranda) ed è stata progettata da un allievo di Frank Lloyd Wright.
Il ristorante era frequentato anche da Orson Welles e da Henry Miller e questo, nella giovane America e ancor più giovane California, ne fa un’attrazione sociale e non solo gastronomica.
Probabilmente anche loro gustavano la Three Berry Pie di Lolly Fasset, che ha tramandato a figli e nipoti la ricetta di questa torta deliziosa.

20140618-010032.jpgPer la doppia crosta:
2 tazze di farina
1/2 cucchiaino di sale
2/3 di tazza di margarina
6 cucchiai di acqua fredda

Per il ripieno:
1 tazza di fragole tagliate a metà
2 tazze di lamponi
1 tazza i 1/2 di mirtilli
1/2 tazza di zucchero
3 cucchiai di maizena
12 frollini al burro
Si mescolano la farina, il sale e la margarina tagliata a pezzettini piccoli come piselli, si spruzza con l’acqua molto fredda, si impasta velocemente con la punta delle dita, poi si divide in due e si mette in frigo per almeno 15 minuti.
In una ciotola si riuniscono la frutta, lo zucchero e la maizena e si mescola.
Si stende metà della pasta, si avvolge intorno al mattarello e si srotola su una tortiera di 25 cm di diametro imburrata.
Si frantumano i biscotti con il mattarello e si cosparge la pasta con le briciole.
Si versa il composto di frutta. Si stende il resto della pasta e si copre.
Si sigillano i bordi con una miscela di uovo e latte e con lo stesso composto si spennella tutta la superficie.
Si inforna per 25 minuti a 190° coperta con un foglio di alluminio, che poi si toglie e si prosegue la cottura per altri 25-30 minuti: la crosta deve essere bella dorata.

A me piace moltissimo. Il ripieno non è troppo dolce, ma morbido e fragrante. Il guscio che lo racchiude sottile e leggermente croccante.
Se poi immaginate di gustarla di fronte all’Oceano, con un panorama come quello della fotografia… be’ questa Pie è perfetta!

La Apple Pie

Le mele sono frutti molto versatili e adatti ad essere utilizzati in un’infinità di preparazioni sia dolci che salate.
Grazie alle loro numerose varietà infatti, si possono cucinare con gli arrosti di maiale o farle entrare nella composizione di interessanti insalate come la Waldorf, per esempio.
Restando però nell’ambito dei dolci, so che pochi resistono di fronte ad una fetta di torta di mele.
Nel capitolo 22 (Il tempo delle mele) del mio libro cito Eva come esempio di una donna talmente privilegiata da vivere in Paradiso, che non ha saputo farselo bastare a causa di una mela.
D’accordo la sua vita non sarà stata proprio tutta rose e fiori: in fondo aveva sposato il primo venuto e non aveva uno straccio di amica con cui fare shopping, ma insomma poteva pensarci un po’ su prima di mandare tutto all’aria, no?
Non mi sento comunque di criticarla, perché anch’io ho qualche difficoltà a tirarmi indietro di fronte se non proprio ad una mela appena colta dall’albero, ad una fetta di fragrante, dolce, speziata Apple Pie.
Questa torta la faccio da talmente tanti anni che pensarci fa persino un po’ male. La potrei preparare persino bendata, tanto già la impasto con una mano sola.

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Per la pasta:
220 gr di farina
1 cucchiaino da caffè di sale fino
140 gr di margarina (potete usare il burro ma peggio per voi)
1 dl circa di acqua molto fredda
Per il ripieno:
6 mele Granny Smith
150 gr di zucchero
2 cucchiai di farina
30 gr di burro fuso (non di margarina eh)
1 cucchiaino da tè di cannella in polvere
Preparo il guscio di pasta tagliando a pezzetti la margarina ben fredda nella farina, aggiungo il sale e un po’ alla volta l’acqua, impasto velocemente con la punta delle dita, faccio una palla e la metto in frigorifero avvolta nella pellicola.
Intanto sbuccio e affetto le mele piuttosto sottili e le mescolo a farina, zucchero, burro fuso e cannella.
Riprendo la pasta, la divido in due e ne stendo metà col mattarello. La piego in quattro per non romperla mentre la sollevo e la trasferisco nella tortiera imburrata e infarinata.
Bucherello il fondo e la riempio con il composto di mele.
Stendo l’altra metà e copro la tortiera premendo bene i bordi per far aderire i due dischi di pasta, taglio l’eccedenza e decoro il bordo con i rebbi di una forchetta.
Questo gesto serve anche a sigillare il ripieno all’interno del guscio di pasta.
Pratico dei tagli simmetrici sulla superficie per far uscire il vapore durante la cottura, spennello con il latte e cospargo di zucchero.
Inforno a 180° per circa un’ora.

Se la Apple Pie viene servita a fette, tiepida, con una pallina di gelato alla vaniglia, come faccio io, negli Stati Uniti si chiama “à la mode”: un bizzarro francesismo americano per una torta di origine tedesca.