I HAVE A DREAM  (sognare non costa nulla)

Tratto da   “U.S.A.  E   JET  ovvero:  Come sopravvivere ai viaggi fai da te in America”

Dopo alcuni racconti tratti da ” I tempi andati e i tempi di cottura (con qualche divagazione)” desidero ora proporvi alcuni brani ,scritti da Silva nel suo libro dedicato  all’America, nel quale svela alcuni segreti della cucina americana insieme a racconti divertenti, suggerimenti e spassose considerazioni.  Visitare e conoscere l’America era il suo sogno, lo ha realizzato e ricordato con il suo solito entusiasmo, passione,gioia di vivere.

Lasciatevi trasportare dalle sue parole e vivrete la vera America, scoprendo nel contempo il cibo americano.

Il primo è “I HAVE A DREAM”


Silva racconta:

“Sono convinta che tutti abbiamo un sogno, anche chi dice di no, che sta bene così, che non gli manca niente.
Certo non tutti i sogni sono grandiosi come quello enunciato da Martin Luther King  il 28 agosto 1963 al Lincoln Memorial di Washington,ma lui era quel po’ po’ di attivista politico che sappiamo, Nobel per la pace nel 1964, indiscusso leader dei diritti civili, seguace di Ghandi, le cui battaglie pacifiste gli sono costate la vita.

Il mio sogno era più modesto del suo è più egoistico: era quello di andare prima o poi in America. Era insomma un po’ il Sogno Americano ” de noantri” , ma me lo facevo bastare.

Andare in America la prima volta ci  è costato una fortuna.

Credo che il 1985 sia stato l’anno peggiore per il cambio lira/ dollaro, ma doveva essere allora, per una serie di motivi personali che non starò a raccontarvi. Avevo creato un itinerario su misura per la nostra famiglia e gli amici che ci accompagnavano e il viaggio ci avrebbe permesso di godere una prima esauriente panoramica degli Stati Uniti.

Ero sicura che ci sarebbero state in seguito moltissime altre opportunità di approfondire la conoscenza delle zone più interessanti e delle città che ci avrebbero maggiormente colpito. Oh yeah!

Abbiamo scorrazzato in California liberi on the road  da Los Angeles a San Diego, al Parco delle  Sequoia, a Monterey fino a San Francisco  a bordo di una favolosa Buick Station Wagon, sette posti, portiere rifinite in legno e un bagagliaio sterminato, costeggiando il Deserto Mojave per arrivare a Las Vegas. Poi siamo volati a New York , per concludere nella Grande Mela la nostra avventura Americana. Non male per essere la prima volta, vero? E senza rete! 

  

Chi ha visto solo Manhattan, non può andare in giro a raccontare di essere stato in America. Sarebbe come dire di conoscere l’Africa per aver fatto una settimana di vacanza in un villaggio a Djerba.

Almeno una volta bisogna come minimo aver percorso la Santa Ana Freeway a 6 corsie per ogni senso di marcia accanto a camion enormi, aver comprato biscotti Chocolate Chips e succo d’arancia Minute Maid per la colazione dell’indomani in un 7-Eleven aperto anche dopo cena o magari in un Wal-Mart e aver camminato per qualche chilometro fra gli scaffali, aver dormito nei Motel con l’auto parcheggiata davanti alla porta della camera, visitato il Farmers Market di Fairfax, mangiato quella che lì chiamano impropriamente pizza, imboccato una Escape Lane nella Florida Atlantica, gironzolato per le spettacolari Club House dei campi da golf pubblici, assistito a una parata del 4 luglio in una piccola città  dove tutti sono allegri e cordiali e ti rivolgono la parola spontaneamente, come se ti conoscessero da sempre.

Queste esperienze ti danno già una vaga idea di cosa significa America e rinnegano la diffusa convinzione che al di fuori di New York, San Francisco e le cascate del Niagara ci sia poco da vedere. Ci sono un mucchio di luoghi comuni che riguardano gli Stati Uniti, ma fanno tutti parte del mito. Per esempio:le metropoli, la Route 66 e Las Vegas.

La prima immagine di una metropoli Americana che viene in mente al turista di massa è una città dominata dai grattacieli e intasata da un traffico reso caotico dai troppi veicoli in circolazione.

E’ proprio così.

Avvicinandosi al  Civic Center si nota subito il suo compatto skyline,inconfondibile è diverso per ogni metropoli, che si impara a riconoscere dopo qualche viaggio in America.

Il Financial District si sveglia alle 8 a.m. con un intenso traffico in entrata e un frenetico via vai di pedoni sui marciapiedi o fermi ai semafori, quasi tutti con in mano mezzo litro di ustionante caffè Starbucks o Coffee Bean e si addormenta quasi del tutto alle 5 p.m. quando chiudono gli Uffici e ci si ritrova in un quartiere praticamente deserto, con rare vetrine illuminate e pochi ristoranti dove poter cenare.

Prendete quindi sul serio il mio suggerimento: non prenotate mai in un hotel del Financial District di Los Angeles, come abbiamo fatto noi nel 2005. Avevamo scelto quello che era stato anche la location di molti film di successo: Rain Man, Blade Runner, Nel centro del mirino e True Lies:  il Westin Bonaventure. E’ un hotel davvero fantastico, con i suoi spettacolari ascensori  esterni panoramici, le spaziosissime double room, spesso scontate ( ma il risparmio viene annullato dal costo del parcheggio), i letti come quello  della Principessa sul pisello, con materassi alti almeno 60 cm e una vista stupefacente sulla scritta HOLLYWOOD, ma ci è toccato di cenare in camera o nel ristorante girevole dell’ultimo piano, lussuoso, panoramico, costoso, oppure rientrare a tarda sera, ” già mangiati”.

  

A  New York City, per esempio, per il pernottamento non avreste alternative se non gli hotel nel centro di Manhattan, ma a Los Angeles, da bravi provinciali come noi, dormite in un motel fuori dal Civic Center, è più sicuro, più economico e fa pure molto beat generation. 

La Route 66 resta il mio progetto incompiuto, il mio desiderio non realizzato.

Adesso sono un po’ troppo agée per affrontarla , ma come mi sarebbe piaciuto percorrerla per intero, la Madre di tutte le strade!

La cosa più emozionante che sono riuscita a fare invece è stato solo partire dal Pier di Santa Monica, il pontile alla fine della mitica strada cara a Jack  Kerouac che congiunge Chicago a Los Angeles e lasciandomi alle spalle la bianchissima spiaggia , percorrere a ritroso un breve tratto delle sue circa 2500 miglia fino a Barstow, in direzione di Las Vegas.

Las Vegas , che in spagnolo significa ” i prati” ,generalmente crea sensazioni  contrastanti in chi la visita o anche solamente ne parla senza averla mai vista.

Secondo me non la si deve considerare una città ma un enorme Parco dei divertimenti a tema, dove le attrazioni si trovano all’interno degli Hotel Casino , che sorgono praticamente tutti  lungo il Las Vegas Boulevard, più noto come The Strip. Si tratta di strutture faraoniche ( e non mi riferisco al Luxor) costruite all’insegna del kitsch più sfrenato. Vi sembra che stia esagerando? Prenotate al Caesars Palace o all’Excalibur, poi mi saprete dire

  

Essendo il tipo di persona che cerca sempre di vivere un pezzetto di storia, o almeno di tradizioni locali, in ogni luogo che visita o frequenta ( perfino  in posti apparentemente privi di storia e di tradizioni ) , la prima volta ho scelto di dormire al Flamingo , l’hotel più antico di Las Vegas, fatto costruire dal gangster Bugsy Siegel e l’ultima  al MGM Grand , il più grande del mondo , grazie alle sue 6000 camere.
Fortunatamente ho fatto anche in tempo a vedere il Desert  Inn, l’hotel di Howard Hughes, prima che venisse demolito e al suo posto fosse costruito il  lussuosissimo Wynn, il Sahara, chiuso l’anno scorso, lo storico Sands, dove si esibiva Frank Sinatra  e sulle cui macerie adesso sorge lo sfarzoso Venetian con tanto di Canal  Grande e gondolieri e il Dunes, che ha lasciato il posto al Bellagio.

La zona Nord dello Strip  è  il  Downtown, la parte più datata della città. È quella dove si  trovano gli alberghi più vecchiotti, che si affacciano su Freemont Street, detta  The Glitter Gulch: la strada più illuminata del mondo che conserva le vestigia dell’antico splendore ormai ossidato di quel quartiere della Sin City, che comunque va visitata nonostante:

1) il clima, che risente del deserto circostante. Però si tratta di un caldo secco molto più sopportabile di quello della Florida, per esempio, piuttosto simile a quello di Lamezia Terme quando si sbarca all’aeroporto;

2)siate già sposati. Almeno un’occhiatina va data alla “Little White Chappel”. Qui a cerimonia costa circa 80 dollari tutto compreso: bouquet,torta,foto ricordo e testimone occasionale ma compiacente. Dura una decina di minuti e una volta registrata in Italia ha valore legale;

3) non siate dei grandi giocatori d’azzardo. Vi garantisco che fare qualche anche modesta puntata a uno dei tavoli da roulette del Bellagio dà un certo brivido alla “Ocean Eleven” che fa sentire un pò speciali.

E va visitata comunque proprio perché :

1)  è la base di partenza per sorvolare il Grand Canyon o inoltrarsi nella Valle della Morte, spettacolari fenomeni naturali;

2). bisogna dimostrare di essere figli del proprio tempo e avere il coraggio di sperimentare realtà diverse dalla nostra. Anche quelle illusorie ed artefatte;

3)   gli hotel offrono dei sensazionali buffet quasi economici. Così vi restano i soldi per giocare al casinò.

In quasi tutti gli alberghi infatti sono allestiti infiniti banchetti “All you can eat ” ( che si estendono a perdita d’occhio e propongono ogni ben di Dio a prezzi stracciati) coi quali si può entrare in confidenza sia a colazione, che a pranzo o a cena. Sconsiglio tutte e tre le opzioni nello stesso giorno o non vi faranno volare sul Grand Canyon.

Quando l’abbiamo fatto noi, prima di imbarcarci sul nostro velivolo, che poteva essere. Un Piper PA -32. con il carrello fisso, un’unica elica sul muso e i finestrini basculanti, come  quelli  della mia vecchia Citroen Due Cavalli, al McCarran ci hanno messi sulla bilancia uno per uno, per poter distribuire il peso nella carlinga,probabilmente, e siamo dovuti salire  secondo un ordine rigoroso  e questo ci aveva impensierito, ma non ancora allarmato.

Sono sicuro che questa esperienza ve l’abbiamo già raccontata un mucchio di volte e ne starete ancora ridendo. Quindi per il momento sorvoliamo(!!)  e torniamo a parlare di “All you can eat “, che per qualcuno non è solo un modo  di dire.

A detta di tutti  il buffet migliore è quello del Bellagio. A me però non sono  dispiaciuti neanche quelli del Trasure Island e del  Mirage. 

Comunque, per una cifra che oggi va dai 20 ai 35 dollari a testa, durante la settimana si può cenare senza limiti (  e vi ricordo che la cena è il pasto più caro della giornata) aggirandosi liberamente fra una grande varietà di allettantissime proposte di cucina Americana, Italiana, Thai, Francese, Messicana, Giapponese, Spagnola, Mediorientale o Cinese, oltre alle specialità  di varie postazioni che propongono insalate,dessert, gelati con almeno 20 tipi di topping, pizze, piatti on demand vegetariani o a base di pesce, molluschi e crostacei, oppure pasta. E quando crederete di aver visto tutto, ecco spuntare l’angolo del  barbeque Mongolo.

Per concludere, Las Vegas culturalmente è senz’altro priva di attrattive, ma non manca di attrazioni  e  di tipi attraenti.

Ci sono andata già quattro volte e magari ci torno, perché cambia di continuo,  ma concordo sul fatto che sicuramente  è poco adatta agli intellettuali, agli snob, a quelli che pur andando al cinema preferiscono il Cineforum, a quelli che hanno perfezionato il loro Inglese nel Regno Unito, a chi soffre il caldo, a chi non è interessato a saperne di più su Elvis Presley, a chi non trova divertenti le Slot Machine, a chi scambia la banalità con lo stile, a chi da piccolo non è mai andato al circo.

A tutti quelli ,insomma , che non amano sperimentare di persona il divertimento da una diversa angolazione, curiosare fra le novità , le stravaganze, le esagerazioni, i sapori diversi e, in generale, gli aspetti buffi o insoliti della vita. Gli altri ci possono andare e divertirsi, ma senza raccontarlo troppo in giro. 

INSALATA DI ASTICE
Del Ristorante “The Lobster” di Santa Monica

2 astici di circa 600 gr l’uno, 1 pompelmo rosa, 2 arance, il succo di 1/2 limone, 300 gr di valeriana, olio, sale e pepe
Si mette a bollire una pentola d’acqua piuttosto capiente e ci si immergono gli astici, che dalla ripresa del bollore  dovranno cuocere per 10-12 minuti.

Si prelevano dalla pentola e si appoggiano su un tagliere, si lasciano intiepidire leggermente, poi con un forbicione trinciapollo gli si tagliano il dorso e l’addome  nel senso della lunghezza, si estrae la polpa e si taglia a rondelle di circa 3 cm.

Con uno schiaccianoci si rompono delicatamente  i gusci delle chele e si recupera la polpa interna, che avrà la stessa forma e sarà  molto decorativa se lasciata intera.

Si pelano a vivo le arance e il pompelmo, si raccoglie il succo che ne è sgocciolato, si unisce a quello del limone e con l’olio, il sale e il pepe se ne fa una citronette con cui si condisce la valeriana su cui sono stati adagiati gli spicchi degli agrumi e i pezzi di astice.

(Si possono usare in alternativa agli astici anche gli scampi o i gamberoni , ma che resti fra noi)

CRAB  CAKES
Dal “Caesars Palace”

450 gr di polpa di granchio in scatola, 1 uovo, 2 fette di pancarrè  frullate, 2 cucchiai di maionese, 1 cucchiaino di senape in polvere, 2 cucchiaini  di salsa Worcester, Tabasco, pepe nero, olio per friggere.
Si miscelano tutti gli ingredienti in una ciotola e per ultimo si aggiunge la polpa di granchio ben sgocciolata. Si mescola con cura e si formano delle polpette leggermente schiacciate. Con queste dosi ne vengono una decina.

Si friggono poche alla volta nell’olio facendole dorare su entrambi i lati e si servono con Salsa Tartara e Coleslaw. 

COLESLAW
500  gr fra cavolo cappuccio e cavolo rosso affettati sottili, 150 di carote tagliate a julienne, 2 cipollotti a rondelline.

Per il condimento 1 cucchiaio di aceto, 1 cucchiaino di senape ,1/2 cucchiaino  di zucchero, 4 cucchiai di maionese, 4 gr di yogurt bianco, sale e pepe.

Si riuniscono in una ciotola le verdure affettate. Si fa un’emulsione con tutti gli altri ingredienti e con questa si condisce l’insalata.

Coleslaw deriva dal termine olandese koolsla che significa  cavolo cappuccio e  si pronuncia “cossla” .Non provateci nemmeno a pronunciarla “col-slou” come vi suggerirebbero i vostri studi Oxfordiani, se volete ottenere un “Aigaret” (“I got it” cioè ” Ho capito”) dalla vostra cameriera e riuscire a mangiare l’insalata di cavoli.

PIZZA  AL SALMONE
Proprio quella di Wolfang Puck

Per la pasta della pizza : 2 tazze di farina ,1/2 cucchiaino di sale,1/2 bustina di lievito di birra in polvere,1 cucchiaino di miele ,1/2 tazza di acqua tiepida, 1 cucchiaio di olio extravergine.

Come topping:  1/2 tazza di cipolla rossa affettata sottile, 2 cucchiai di olio all’aglio e peperoncino, 4 cucchiai di panna acida, 12  fettine di salmone affumicato, 2 cucchiaini di aneto tritato, 2 cucchiaini di erba cipollina tritata.

Si scioglie il lievito in 1/4 di tazza d’acqua tiepida con il miele. Si mettono nel food processor la farina, il sale , l’olio d’oliva e si aggiunge il composto di lievito. Si aziona  il mixer fino a che non si è formata una palla che si stacca dalle pareti. Si appoggia la pasta su una superficie leggermente infarinata e si lavora con le mani per qualche minuto, deve risultare morbida ma compatta e non attaccarsi alle dita . Si copre l’impasto con un panno e si fa lievitare in luogo tiepido per circa mezz’ora . Poi si riprende la pasta e la  si lavora ancora per qualche minuto. Si copre di nuovo e si fa lievitare ancora 15 o 20 minuti.Con il mattarello infarinato si stende una sfoglia sottile con cui si fodera una teglia leggermente unta. Si spennella la superficie con l’olio aromatizzato all’aglio e peperoncino e si cosparge di cipolla affettata. Si informa a 200 gradi per 15 minuti:i bordi devono diventare belli dorati. Fuori dal forno poi si spalma di panna acida, si copre con le fettine di salmone e si cosparge di aneto ed erba cipollina tritati insieme. Si serve tagliata a spicchi.

È la famosissima “pizza” che anche le Star mangiano da Spago ed è buonissima. Un’altra volta vi spiego come farvi l’olio piccante. Ok?

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7 thoughts on “I HAVE A DREAM  (sognare non costa nulla)

  1. Ho riletto molto volentieri il primo racconto del secondo libro di Silva, e’ fantastico, grazie caro Lino, 🙂 un abbraccio grandissimo a te e un pensiero dolce a Silva, ❤

  2. E cosi … reale come scrive che era con lei, accanto, dentro il racconto, anzi insieme.
    Conosco ogni cm di Vegas. e il mio regalo di compleanno, la mia prima volta a 18 anni … come se fosse ieri …
    wauuu … grande narratrice! E charmante e contagiosa il suo entusiasmo …
    Un caro saluto a te Lino e famiglia … e g r a z i e!!

  3. Il sogno americano, il viaggio intrapreso verso quell’America così diversa dalla nostra realtà, dalle nostre abitudini, i nostri stili di vita.
    Nel libro Silva racconta con dovizia di particolari il vostro viaggio lasciando la nostra fantasia immergersi nella stessa atmosfera. E’ stato un pò come esserci, come vivere la vostra avventura.
    La sua mente curiosa ha saputo riproporre ricette con lo stesso entusiasmo di allora. Ha azzeccato l’alchimia dei sapori, ha curato la presentazione di ogni ricetta, ha soddisfatto i palati conoscitori del prodotto. Come soltanto lei sapeva fare ci ha permesso di sentirci tutti americani, attraverso una semplice lettura con le sue parole.
    Sfoglio le pagine del blog e le pagine del libro, l’entusiasmo che trasmette non conosce tempo, non finisce di stupirmi, di sorprendermi.
    C’è, è presenza concreta e non mi stupisco di sentirla vicina mentre parla di un viaggio, di un aneddoto di vita, di una ricetta sopraffina.
    Grazie. Un abbraccio forte.

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